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giovedì 13 ottobre 2011

La Città Ideale


la_citta_idealeLa città non è più la stessa. Non è cambiata e basta, è diversa. E fatichiamo tutti a percepirlo, tanto siamo assuefatti. La città si è allungata, come le ombre del pomeriggio, verso la periferia, che assorbe, adesso, interessi e famiglie ed aggrega, sempre più, servizi ed opportunità (periferia è quella dei grandi centri commerciali e dei quartieri residenziali; nel presente post si intende questa). La città, certamente, non riesce ad essere più competitiva, ma semplicemente perché i suoi amministratori hanno favorito lentamente una sua duplicazione, diversa, funzionale, fruibile, appena fuori dalla sua cintura murata (con servizi, uffici decentrati, istituti di credito, scuole…). Gli amministratori sono riusciti a creare due realtà, una proiezione dell’altra, e le hanno messe in concorrenza; solo che su una investono e verso questa stimolano gli altri ad investire, nell’altra scorgono, invece, solo una leva preziosa per implementare gettito e cassa municipale (strisce blu, ticket per parcheggi, ecopass…), fingendo di prendersene cura con i tanto decantati piani del traffico, che non significano quasi mai impieghi di denaro per migliorare la città, ma solo pomposi cambiamenti/aggiustamenti all’articolazione viaria (con inversioni di sensi di marcia e l’istituzione, magari, di nuovi sensi unici di percorrenza e di improbabili impianti semaforici). In verità anche le persone che popolano la città sono cambiate e la sua trasformazione deriva anche da questo. Le persone vanno tutte di corsa come se fossero incalzate da qualcuno. Non sorridono. Non si guardano attorno. Hanno da tempo pensionato ogni forma di cordialità. Anche la tecnologia ha le sue responsabilità per tutto questo. La tecnologia ed i suoi derivati hanno agevolato un cupo e triste individualismo delle persone ed incentivato una forma di socialità virtuale, che corre sul web anziché lungo le vie cittadine. Osservate per un attimo le persone in città e fissatene gesti e comportamenti: tutti alle prese con cellulari e distratti dalla musica dei lettori di musica digitale, non riescono ad interagire con gli altri, fuggendone addirittura mutualità di saluti e sorrisi; incontrano dei conoscenti e anziché fermarsi a parlare, si impegnano a richiamarli dopo al telefono, mimandone addirittura l’azione. In città sembra quasi che tutti temano i rapporti umani e l’interazione anche con le persone conosciute; sarà per questo che anche i tradizionali luoghi d’aggregazione, come le piazze, il mercato o i bar ad esempio, siano stati spossessati di quella che era la primordiale funzione di ritrovo, passatempo, ma anche di impegno.
La città soffre e soffrono anche i cittadini: urbanisti e sociologi compete a voi predisporre una adeguata cura, affinché la città torni ad essere uno spazio vitale e vissuto.

martedì 11 ottobre 2011

lunedì 29 agosto 2011

Calcio e sciopero in tempo di crisi. La lobby dei calciatori.



campo%20calcioNell’Italia prossima al precipizio, in cui quotidianamente si aprono voragini della stessa spessezza di quelle presenti negli edifici giapponesi appena dopo il sisma, assistiamo divertiti allo sciopero dei calciatori professionisti della massima serie nazionale. Assistiamo divertiti perché consideriamo i calciatori dei simpatici perditempo, anzi dei simpatici perdigiorno: in fondo animano e danno un senso alla nostra domenica, ci rallegrano con i loro dribbling così come con la loro scarsa profondità, considerano lavoro (il loro) ciò che tutti riteniamo essere un divertimento gioioso ed evocatore di  festa e per il quale (caso raro, ma in verità non unico) non esiste un percorso formativo distinto e determinato di accesso. In più e cosa di non poco conto, non li paghiamo noi con le nostre tasse, a differenza dei politici e delle loro inefficienze e questo in tempi di ristrettezze solleva noi e quasi deresponsabilizza loro.
Ma la parola sciopero, riflettendoci anche solo un po', evoca astensioni collettive di lavoratori dal lavoro, lotte legittime, proteste, rivendicazioni salariali ed atti di solidarismo: sentirla allora maneggiare da chi si considera lavoratore solo perché beneficia della corresponsione di un generoso stipendio (ingaggio) da parte di altro soggetto (le Società di calcio), sa di beffa, manipolazione e canzonatura nei confronti di tutti ed in particolare di chi lotta o ha lottato veramente e strenuamente per un lavoro reale o per conservarlo. E’ vero: molti nostri calciatori sentendo della serrata in atto nel campionato di basket professionistico USA, sono rimasti colpiti ed hanno cercato di imitare in parte i colleghi d'oltreoceano mutuandone la forma di protesta e cercando quasi di saldare le loro ragioni con le proprie al grido di un complotto internazionale, data la crisi economica, ai danni della categoria degli sportivi. E’ altrettanto vero: quando decidono di ragionare i nostri calciatori, anche se affaticandosi, riescono alla fine a farlo. Hanno da anni compreso la potenza di propagazione delle televisioni e si sono adeguati, tutelando ad esempio in tutti modi i diritti legati alla propria immagine; inoltre, sanno che le società derivano il loro gettito dalla vendita dei diritti tv e non più dagli spettatori paganti allo stadio e quindi hanno dilatato con smisuratezza le proprie pretese economiche nei loro confronti, pensionando il contatto con i tifosi e privilegiando i passaggi nell’etere. Malgrado questi esempi, però, i nostri calciatori non sono riusciti ancora a capire la forza, la potenza, la sacralità e l’inviolabilità di un termine alto e torreggiante come sciopero: sentirlo sibilare nei loro labiali è un po’ come ascoltare la recita di un Canto della Divina Commedia da parte di un infante e cioè incredibile. 1) Un consiglio ai calciatori ed al loro rappresentante, che sempre più spesso si vede in tv e che pare non ridere per apparire più serio: aprite qualsiasi edizione di quel grande volume austero presente – ci si augura – in ogni abitazione e denominato vocabolario, ricercate il vocabolo “sciopero”, leggetene la definizione e riflettete almeno un minuto sul suo contenuto e sugli esempi eventualmente riferiti. 2) Un invito ai calciatori: nessuno può sottrarsi a rinunce e sacrifici in tempi di seria crisi economica (indipendentemente dal contributo di solidarietà). Nemmeno voi osereste rimanere isolati nella vostra torre indorata mentre l’Italia tutta precipita.

mercoledì 3 agosto 2011

Arrivederci a Settembre!


a_6d93ad8541cf47945ad8df9265940fcd-298x300Mentre viviamo o ci apprestiamo a vivere le desiderate vacanze estive, il Mediterraneo continua a costituire la culla di morte per decine di migranti, che osano sognare un destino migliore (o forse un destino e basta) per sé e per i propri figli. Lontani da TV e giornali, latori abitudinari di notizie giudicate moleste, non dimentichiamo che poco oltre  i flutti  siciliani è in corso una guerra che genera ed ha per conseguenza distruzione, morte, fughe di massa. Non possiamo fare molto, certo. Spetta indubbiamente ai Governi agire, cooperare e decidere. Ciò che possiamo, anzi, abbiamo il dovere di fare è non chiudere i nostri occhi sul mondo, sulle sue ingiustizie e sui suoi troppo rilevanti squilibri: anche in Estate, quando i pensieri sogliono essere meno grevi.
Possiamo certamente sacrificare un gelato, uno, ad una qualche riflessione in più!

mercoledì 27 luglio 2011

Io ci sarò. E tu?


Logo Società Libera
IV MARCIA INTERNAZIONALE
PER LA LIBERTA’



DELLE MINORANZE E DEI POPOLI OPPRESSI



BERLINO, PARIGI, ROMA
SABATO 22 OTTOBRE, ORE 15



L’Associazione di cultura liberale SOCIETA’ LIBERA, indipendente ed apartitica, da tempo indirizza la sua attività verso iniziative tese ad esaltare la salvaguardia del principio di Libertà intesa come diritto individuale e di autodeterminazione dei Popoli.

Società Libera, coerente con la sua concezione del liberalismo che riconosce supremazia e centralità alla Persona e ai suoi diritti naturali, da tre anni promuove a Roma la Marcia Internazionale per la Libertà, manifestazione silenziosa volta a mobilitare l’opinione pubblica in difesa della libertà dei popoli Birmano, Iraniano, Tibetano e Uyghuro e per dare maggiore visibilità all’impegno di chi, nel mondo, lotta per la libertà.

A fronte del peggioramento nel mondo della situazione dei diritti umani, ritiene che non basta più esprimere generiche solidarietà e manifestare separatamente e per singole situazioni.

E’ tempo che in Europa si riempiano le piazze di gente consapevole. E’ tempo che l’Occidente si scuota e mobiliti concretamente interesse e coscienze sulle condizioni di centinaia di milioni di uomini. E’ tempo che l’Europa e gli organismi soprannazionali vengano sollecitati ad assumere posizione a tutela delle minoranze, non ultima di quella cristiana.
E’ tempo che l’Europa istituisca la Giornata Europea per la Libertà delle Minoranze e dei Popoli oppressi.

Con questi intendimenti Società Libera si appella alle genti d’Europa, alle comunità delle Minoranze e dei Popoli oppressi e agli organi d’informazione affinché da Berlino, Parigi e Roma parta un vasto e unitario movimento di mobilitazione, in grado di far comprendere che la difesa dei Diritti Umani è una priorità internazionale.

 



Sito dedicato alla Marcia:   marchforfreedom.wordpress.com

lunedì 9 maggio 2011

Affari esteri


8In questi ultimi tre mesi molti sono stati gli accadimenti internazionali di cui siamo venuti a conoscenza tramite i mezzi di informazione. Eccone elencati alcuni: l’esistenza di una diplomazia USA parallela a quella ufficiale, fatta di dispacci ufficiosi ed indiscrezioni; le tragiche vicende politico-rivoluzionarie degli Stati a sud del Mediterraneo, per le cui Popolazioni facciamo tutti il tifo; la guerra in Libia; l’evento sismico in Giappone ed il successivo allarme nucleare mondiale; l’uccisione di Osama Bin Laden, da parte delle truppe speciali americane in Pakistan. Mettendo da parte le spassose (se non fossero sciagurate, è chiaro) vicende italian-domestiche, esagerate mediaticamente dall’approssimarsi degli impegni elettorali amministrativi del fine settimana, pare opportuno soffermarsi brevemente ad analizzare la vicenda della morte del terrorista Bin Laden in Pakistan, per mano dei militari USA. Personalmente, avrei preferito parlare più della cattura di Bin Laden, piuttosto che della sua uccisione, innanzitutto perché la prima costituiva la ragione della guerra portata in Afghanistan da una coalizione internazionale a seguito degli eventi terroristici del 2001, poi, perché la sua uccisione che sarebbe dovuta essere una  fra le scelte possibili è diventata senza esitazioni l’unica opzione praticabile e di fatto praticata.
Dicono molti osservatori internazionali: si è preferita la vendetta alla giustizia; la vera giustizia era la vendetta; la vendetta è stata la giusta scelta.       
Aggiungono altri: avrebbe meritato, il terrorista, un processo regolare davanti ad una corte di giustizia internazionale; gli Usa hanno riservato a Bin Laden una pena corrispondente a quella esercitata da lui stesso, dieci anni prima; gli Stati Uniti si sono spinti più avanti, rispetto a quanto avrebbero dovuto.
Sottolineano, infine, maliziosamente, altri ancora: ma possibile che dopo dieci anni di guerra in Afghanistan, migliaia di morti fra civili e militari, ricerche del terrorista estese ai più diversi e stravaganti siti (montagne, gallerie scavate nella roccia..), operazioni di guerra condotte da militari plurititolati, si scopre che questi risiede indisturbato in un Paese confinante, da ormai sei anni e in una abitazione niente affatto fortezza?
Premettendo che Bin Laden  ha rappresentato ed esercitato in vita il male assoluto, che un mondo senza Bin Laden è un mondo più sicuro e libero, insieme a tanti altri mi domando preoccupato se la lex talionis non fosse in uso solo presso i popoli antichi (leggi: incivili)!

 

mercoledì 23 febbraio 2011

A ferro e fuoco




africaE’ molto difficile parlare in queste giornate così grevi di qualcosa d’altro. Non vogliamo nemmeno provare a farlo. L’Africa Mediterranea sta bruciando. I popoli rivieraschi a sud del Mediterraneo si ribellano ad anni di soperchierie di stato, multinazionali o forestiere. Gli incendi, le devastazioni, le grida, le violenze, la repressione e lo sterminio: abbiamo visto tutto, anche dove la censura non ha potuto.
I nostri occhi sono ebbri di dolore e sofferenza, le nostre menti stordite e confuse dagli eventi, i nostri corpi sono inermi ed inerti di fronte alla grande causa africana. Vorremmo intervenire, vorremmo partecipare, vorremmo concorrere anche noi a scrivere la storia della genuina democrazia nei Grandi Paesi a sud dell’Italia. Non possiamo che essere spettatori, però.
Non possiamo altro che assistere alla violenza di stato, esercitata nei confronti di chi vuol far prevalere un semplice principio democratico e molto occidentale, secondo cui, attraverso l’istituto della rappresentanza, compete al popolo scegliere i propri governanti. Continueremo a seguire gli eventi drammatici in Libia, Egitto, Tunisia, Marocco, trasformando le grida di dolore dei coraggiosi manifestanti nella nostra sdegnata collera verso chi continua a reprimere la libertà dei Popoli.

 

giovedì 4 novembre 2010

(E)lezioni americane



45Alla conclusione delle elezioni mid term che si tengono a metà mandato presidenziale, Barack Obama è riuscito a mantenere la maggioranza al Senato, perdendo però quella alla Camera. Osservatori e notisti politici affermano che  il  risultato elettorale sia la diretta conseguenza della insoddisfazione della gente, esasperata anche dalla profonda crisi economica e sociale degli ultimi due anni. Non vogliamo commentare il dato elettorale emerso e ciò che da questo è conseguito; ci limitiamo, semplicemente, ad illustrare la reazione del Presidente e nell’immediato periodo post-elettorale e a distanza di pochi giorni. Obama ha subito riconosciuto la sconfitta e dichiarato prontamente di assumersi le responsabilità per l’insuccesso, non ha nascosto la delusione, ma ha indagato le ragioni della vittoria repubblicana, chiarendone possibili cause (“un’economia troppo lenta a ripartire e che non crea abbastanza posti di lavoro”; “non aver fatto i progressi che avevamo bisogno di fare”).  Ha continuato dicendo di essere pronto a lavorare con i Repubblicani e che nei prossimi due anni sarà suo proponimento quello di estendere i tagli delle tasse al ceto medio e alle imprese. Obama ha concesso agli avversari, ma ha parallelamente voluto rimarcare una vittoria del suo Governo (con l’approvazione della riforma sanitaria) e fissare dei paletti alle velleità di John Boehner, nuovo speaker repubblicano della Camera, quando ha affermato che “nessun partito può dettare l’agenda dei lavori”. Il Presidente ha chiuso il suo giro di commenti anche con una battuta - non e' che raccomando ai futuri presidenti di prendere la batosta che ho preso la notte scorsa, ci sono modi più facili di imparare la lezione -, stemperando così i toni aspri della trascorsa campagna elettorale e del suo risultato. Insomma, onestà, schiettezza, rettitudine, responsabilità, ma anche pragmatismo, orgoglio ed ironia: politici italiani, prendete appunti da oltreoceano!
 



 
 

lunedì 27 settembre 2010

III^ Edizione Marcia Internazionale per la Libertà


Ti sei mai chiesto quale sia il vero volto della libertà?


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III MARCIA INTERNAZIONALE
PER LA LIBERTA’
DEI POPOLI
BIRMANO – IRANIANO – TIBETANO – UYGHURO




ROMA – 23 OTTOBRE - ORE 15.30


da P.zza Bocca della Verità a P.zza Navona

(Organizzata dall'Associazione di cultura Liberale
Società Libera)

venerdì 9 luglio 2010

A parte il lobbying ed ancora sul calcio




 



 



Jabulani



Alcuni visitatori del blog hanno chiesto all'estensore dei post di parlare ancora di calcio e dei Campionati mondiali in corso di svolgimento. Inoltre, hanno anche domandato - un navigatore in particolare - che i post venissero firmati dall'autore con il proprio nome. Accontentati tutti!



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Anche nel corso di questa edizione, a contendersi il titolo di campione del mondo di calcio saranno due compagini europee. Come nel 2006, del resto, a dimostrazione di quanto eurocentrico sia diventato il confine del calcio mondiale. Meglio, a dimostrazione di quanto, dopo una propagazione internazionale pluridecennale, il calcio competitivo e vincente abbia fatto rimpatrio al suo alveo primordiale di sviluppo e prima diffusione: l’Europa. L’Europa si conferma, infatti, come area caratterizzata da una superiorità sportiva palesata in quasi tutte le diverse discipline. Nel calcio particolarmente. Certo, nei campionati delle varie leghe europee ad incantare e giustificare il sempre più elevato prezzo dei biglietti sono le prestazioni dei giocatori extracomunitari,  prevalentemente sudamericani. Quello “latino” è un calcio da esportazione, infatti, uso ad approntare talenti e ad indirizzarli successivamente nei campionati del “vecchio continente”, più ricchi, ma disavvezzi da anni a crescere piccoli campioni autoctoni. Non si può tralasciare il fatto che il calcio di “oltreoceano” risulti fortemente indebolito da questa sua peculiarità: la polverizzazione  europea dei talenti latini, con la loro dispersione presso i diversi club del continente, infatti, fa derivare la frantumazione di ogni organicità, omogeneità e compattezza delle squadre nazionali; non è facile selezionare i calciatori, farli giocare insieme, renderli parti di un tutto, riunirli in un unico sito, compattarli verso una medesima tensione, acclimatarli. Uno pensa: ed il Brasile cinque volte campione del mondo, allora? E l’Argentina? Beh, esiste una spiegazione anche per gli esempi citati: le nazionali vincenti di Brasile ed Argentina erano guidate, meglio, trascinate da fuoriclasse che è impossibile mettere a paragone quanto a talento, abilità, doti con i giocatori di oggi. Non esiste un nuovo Maradona (altro che Messi!); non esiste un nuovo Ronaldo (altro che Luis Fabiano!); da qui consegue la spiegazione: il calcio sudamericano non potrà mai contare su una coralità di gioco rodata ed affidabile (come le nazionali europee), ma vivrà perennemente di individualità. Tanto più queste individualità saranno fuori dal comune, tanto più le squadre nazionali saranno vincenti. Una squadra di buoni calciatori – va ricordato - non vale le prestazioni di un solo fuoriclasse, in grado di cambiare l’inerzia di una partita con un colpo, o una semplice giocata.
La conclusione.Il calcio sudamericano nazionale si impoverisce a scapito di quello europeo, che gode dell’apporto dei suoi fuoriclasse e si migliora per la continua interazione con talenti e campioni allogeni. Il calcio europeo, tramite una politica inattiva riesce ad essere vincente, abbinando alla lunga tradizione sportiva l’interazione vantaggiosa con i “lontani”. L’Europa beneficia del talento degli atleti extra-comunitari e lo capitalizza al massimo; le nazionali latine sono di converso assottigliate nel loro vigore.
Cosa dovrebbero fare, allora, le leghe di calcio sudamericane per recuperare almeno i margini di questa compromessa/compressa competitività?
Mettere in atto soluzioni protezionistiche come fece la lega brasiliana di volley dopo una serie di clamorosi insuccessi (vietò, in particolare, ai suoi campioni l’espatrio presso club stranieri per diversi anni) o pensarne di diverse come invece la Nba americana (dopo figure pietose in tornei internazionali, pensò di limitare l’ingresso nel proprio campionato dei giocatori stranieri: i vertici della Lega si erano accorti, infatti, che questi, dopo anni di gioco in compagini statunitensi diventavano campioni e conducevano la loro esperienza nelle rispettive squadre nazionali rendendole molto competitive) non servirebbe. Gioverebbe, invece, erigere un nuovo modello sportivo con delle federazioni forti e con gli allenatori in posizione centrale: l’allenatore dovrà essere selezionatore, motivatore, ma soprattutto federatore, cioè abile a legare i talenti singoli in un unico soggetto, esaltando le differenze nel collettivo (abbandonino le vecchie glorie calcistiche ai destini che si sono guadagnati!). Ancora, i calciatori dovrebbero conoscersi e giocare insieme non soltanto in occasione di eventi sportivi internazionali (ricordiamo tutti gli stage preparatori di Sacchi, che potrebbero costituire un modello da importare); poi, dovrebbe essere composto uno zoccolo duro di giocatori in forza alle squadre di un medesimo continente e lavorare assiduamente con questo, prima di innestarvi ogni altra individualità (i calciatori tedeschi della nazionale, ad esempio, militano tutti in club del proprio Paese). Infine attrarre sponsor e finanziamenti da indirizzare nella riorganizzazione necessaria dei vivai, al fine di porre limiti ai continui saccheggi e depauperamenti operati dai team titolati europei, dovrà diventare imprescindibile.
Indignazione. Sono trascorsi quindici giorni dalla sconfitta vergognosa con la Slovacchia ed i vertici del nostro calcio sono ancora tutti al loro posto. Incredibile!
Cultura. I Mondiali di calcio sono anche occasioni per formarsi piccoli patrimoni di conoscenza (Ci si chiede: chi è quel calciatore? Da dove arriva? Qual è la storia del suo Paese ? E poi ci si informa attraverso i motori di ricerca internazionali - lo testimoniano le parole chiave inserite): si svolgano tutti i mesi!!
Auspicio. Nel corso della finale mondiale del prossimo 11 Luglio ci auguriamo che a prevalere possa essere il bel gioco ed il calcio in assoluto: lo dobbiamo tutti a questo sport che da un mese ci appassiona, ci coinvolge, ci emoziona, ma soprattutto – e non è poco visti i tempi rigorosi e severi - ci diverte.

Alessandro Panico/Omnes

venerdì 25 giugno 2010

Ancora Usa - Italia



obamaSuccede in America. Il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, rimuove dall’incarico il responsabile delle forze armate Usa e Nato schierate in Afghanistan, generale Stanley McChrystal, perché in una intervista aveva parlato delle debolezze dell’Amministrazione americana nella gestione delle attività di guerra, nell’area. Le conseguenze? Semplici e lineari: mandato affidato all’esperto generale Petraeus e polemiche ridotte al minimo. Il soldato, che aveva dapprima azzardato una improbabile difesa, ha accettato professionalmente la decisione forte del Presidente; verrebbe da dire da vero militare, da soggetto abituato, cioè, a sopportare le glorie e le insidie dei campi di guerre, ma anche gli effetti delle decisioni maturate nelle stanze del potere. Sì, negli Stati Uniti l’esecutore di importanti incarichi può contestare il suo capo affidatario; questi, però, può decidere a sua volta di rimuoverlo con atto imperioso, ma democratico per le critiche esternate, se queste risultano infondate o pretestuose e senza che alcuno ne contesti legittimità o autorità.
“Siamo in guerra, non dimentichiamocelo”, ha spiegato Obama riferendosi all’episodio.
Siamo in America, non dimentichiamocelo, potremmo aggiungere noi, una terra in cui il decisionismo e la responsabilità abitano i luoghi e sono declinazioni tangibili della democrazia di cui è estesamente impregnata.
 
30Succede in Italia, all’incirca nei medesimi momenti. Lasciamo da parte la vicenda americana che da noi avrebbe mutato i suoi contorni, convertendosi nella consueta penosa sceneggiata (tipo, attraverso i diversi passaggi: un generale denuncia una situazione di disagio; la sua condotta è sottoposta a censura; viene licenziato; diventa un martire pubblico protetto dall’opposizione politica; l’opinione pubblica si spacca; sarà candidato alle prossime elezioni come capolista di un partito d’opposizione; la stampa nazionale titolerà per settimane sul caso; se ne parlerà all’estero; tirannica sarà classificata la decisione di rimuoverlo) e parliamo di quanto accaduto ieri, in Italia, quando l’intera popolazione si è fermata per assistere alla partita di calcio – persa poi pesantemente -  fra la nostra nazionale e la Slovacchia, nel torneo mondiale sudafricano. Osserviamo, fra le numerose, alcune semplici cose: 1) in Italia troviamo coesione nazionale (bandiere tricolori, inno, aggregazione..) solo nei momenti di evasione o svago, mai in quelli importanti, seri e decisivi; questo rattrista dolorosamente e deve indurci a severa riflessione; 2) solo noi Italiani, sino ad oggi, abbiamo creduto che il nostro calcio si fosse sviluppato, mentre gli altri movimenti calcistici mondiali stavano ancora rincorrendoci; al riguardo, ricordiamo che la mondializzazione non ha travolto e trascinato semplicemente le economie mondiali, ma tutto, indistintamente, calcio compreso; 3) criticare – doverosamente - la protervia dei nostri calciatori, la loro inabilità, il loro ego smisurato, la loro gigantesca inconcludenza presuppone biasimare anche noi stessi, visto che anche noi abbiamo colpevolmente contribuito a costruire tutto questo, negli anni, attraverso la copertura di  loro comportamenti inaccettabili e con l’approvazione verso gesti, modi di fare e modi di agire inqualificabili, messi in atto dagli “eroi” di ieri pomeriggio; l’esultanza di un giocatore, ad esempio, dopo un goal? Non c’è più spontaneità nemmeno lì, nel nostro campionato, perché il calciatore prepara la scena prima, per la gioia degli sponsor e di noi tifosi che continuiamo a manifestare divertimento; 4) non può essere consentito che la squadra vincitrice del campionato, della Champions League e della Coppa nazionale, l’Inter, non assicuri un serbatoio di risorse ed energie alla nazionale, perché composta da soli stranieri; non lo possiamo permettere e non ce lo possiamo più permettere; 5) è giusto pretendere le dimissioni dei vertici del nostro calcio, perché chi continua a governarlo, ad oggi, lo ha demolito e mandato in rovina; è troppo facile mr. Lippi assumersi le responsabilità della disfatta di ieri, per evitare domande scomode e quando si è alla conclusione del proprio contratto; è troppo semplice, infine, Governo del Calcio italiano mandare avanti mr. Lippi, che non può più essere “processato” a causa delle ragioni appena esposte; e le vostre responsabilità? 6) rivolto ai calciatori: basta con le vostre compagne sui giornali, con il vostro cuoco in tv, con i vostri tatuaggi arabescati, con la coltre di gel a coprire il vostro nulla, con il cellulare appeso al collo, con la borsa indossata a bandoliera. Siate seri, professionali e prendete coscienza di una condizione che non può più essere sopportata da voi stessi, in primis, ma anche da noi tifosi  che nelle manifestazioni internazionali vi deleghiamo la rappresentanza. Vedete, calciatori italiani, protagonisti della disfatta di ieri, per vostra responsabilità l’esperienza sudafricana sarà ricordata per decenni e non solo nella letteratura calcistica – un po’ come per la Corea – come la peggiore e sventurata capitata alla nostra nazionale e come esempio di “disfatta modello”, da non ripetere assolutamente non solo nel calcio, ma in ogni situazione. Poi, sappiamo tutti come funziona da noi: l’evento si idealizzerà nel luogo e noi Italiani assoceremo al Sudafrica il peggiore e luttuoso ricordo. Tutto questo non lo merita uno stato certamente difficile, con una storia complicata, ma in movimento e con un programma per il futuro assennato ed ambizioso. Tutto questo non lo meritano, soprattutto, persone che in nome degli ideali di libertà di un intero popolo hanno rinunciato a tutto: ovviamente, ci riferiamo a Nelson Mandela, primo Presidente nero del Sudafrica dopo la fine dell'apartheid e Premio Nobel per la Pace e a quanti sono stati accanto a lui, nel corso della sua lunga battaglia, condotta per la libertà e la democrazia, contro razzismo ed intolleranza.
Calciatori italiani, protagonisti della disfatta di ieri, oltre che a noi, avete l’obbligo di chiedere scusa anche a lui!

 

giovedì 17 giugno 2010

Lobby dell'arte



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Un gruppo davvero speciale ed esclusivo, rappresenta quello dei valutatori di opere d’arte; ne parliamo oggi. Per discuterne, però, è necessario articolare una breve premessa, che consentirà di bene inquadrare questo gruppo - anche storicamente - all’interno dell’ambiente in cui si muove ed opera da decenni. A partire dal XIX secolo i parametri impiegati dagli esperti d’arte per le proprie valutazioni cambiano profondamente; l’artista infatti, a partire da quel preciso momento storico, non si esercita più in una rappresentazione oggettiva della realtà, ma propone manifestazioni artistiche soggettive e nuove forme espressive, lontane dai canoni tradizionali. L’artista, ora innovatore, riproduce una realtà filtrata dalle sue impressioni e mediata dalle sue osservazioni, che non è più l’imitazione di ciò che appare a tutti gli altri, ma una continua sperimentazione che sfocia nel progressivo disancoramento dal reale. Cosa deriva da tutto questo? Per prima cosa il ricordato affrancamento, da parte degli artisti, dall’eleborare in modo veristico le forme del mondo sensibile; poi, il consolidamento di un mercato dell’arte in cui l’aspetto economico prevale su quello estetico; quindi, la perdita di ogni riferimento per il compratore di opere d’arte, visto che i canoni di bello o brutto riferiti ad un’opera perdono sostanza (prima un quadro, ad esempio, veniva considerato bello se ciò che era rappresentato somigliava al soggetto o al paesaggio reale); infine - la cosa più importante, senza dubbio -, l’ascesa impetuosa del ruolo e della figura del critico d’arte, del cui giudizio debbono ora fidarsi gli acquirenti e il cui linguaggio comincia a divenire sempre più criptico e specialistico. I successi degli artisti, da questo momento in avanti, non sono più decretati dal pubblico, ma dai critici d’arte: solo se ha l’appoggio di questi un’opera avrà valore e solo se avrà valore l’opera sarà acquistata dai diversi compratori, che non l’acquistano (solo) per il piacere di ammirarla, ma perchè sono convinti che raddoppierà o triplicherà la quotazione iniziale nel volgere di pochi anni. Il potere dei critici d’arte è tale da riuscire a creare beni di cultura dal niente, attribuendo valore artistico ed economico a determinate produzioni (quadri più di ogni altra produzione: statue, ad esempio) e determinati autori, anche a danno di altri; non tragga in inganno il fatto che alcune opere possono essere acquistate solo da alcune privilegiate categorie di compratori, perchè il mercato, benchè occidentale, ha una estensione mondiale ed una trasversalità rilevante (dal petroliere con significativo capitale, allo sportivo con patrimonio investito nell’acquisto di opere d’arte). Inoltre, la pittura viene considerata dai critici come disciplina artistica d’eccellenza, perchè si esprime attraverso opere non riproducibili (come per musica e poesia, ad esempio), ma uniche e con conseguente elevato valore. Per questa ragione un quadro raggiunge, per opera non (solamente) dell’autore, ma del giudizio di chi controlla il mercato (critici e mercanti) quotazioni incredibili, indipendentemente dalla notorietà o meno di chi lo ha realizzato: la forza del gruppo dei valutatori d’arte consiste in questo, cioè nel saper convincere chi dispone di capitali ed è incompetente ad acquistare opere. Il gruppo ha una forza, un blasone ed uno spirito di appartenenza unico, ma la sua azione ha un limite spaziale ed applicativo di rilievo: riesce ad esercitare il potere di suggestione prevalentemente nelle discipline della pittura e della scultura e non in altre manifestazioni artistiche, come ad esempio l’architettura. Perchè non l’architettura? Perchè in questo caso la produzione artistica deve essere accompagnata da un necessario valore d’uso, sconosciuto alle opere pittoriche; per spiegare, poniamo il caso di una abitazione: per quanto disegnata e rifinita in ogni particolare da importanti designers o stilisti, se questa non sarà anche comoda e molto pratica non verrà assolutamente acquistata da alcuno. Quindi, più il valore d’uso di una produzione sarà alto, meno il cliente potrà essere raggirato; la conseguenza sarà che il gruppo dei critici d’arte sarà meno abile a vendere e, al contempo, forte.

 

mercoledì 28 aprile 2010

Lobbying culturale liberale

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L’Associazione Società Libera, lobby italiana di cultura liberale, presenta in questi giorni a Roma e Milano l’ottavo Rapporto sul Processo di Liberalizzazione della Società Italiana. La presentazione del Rapporto costituisce occasione per analizzare il “sistema Italia”- sempre più compresso fra sfiducia e inefficienza - e momento di discussione fra tutti i partecipanti esperti presenti. Società Libera, consapevole che l’attuale crisi sia anche la conseguenza di politiche dissennate “condotte in assenza di regole certe, controlli costanti e valori condivisi”, ritiene che vada assolutamente ripreso anche il dibattito sulla privatizzazione di diverse aziende ancora partecipate dallo stato; inoltre, Società Libera crede che l’informazione debba subire un deciso e consapevole ricentraggio del suo ruolo, così da staccarla definitivamente da manifesti conflitti di interessi ed insopportabili vuoti di pluralismo.

venerdì 19 marzo 2010

Lobby e Lobbying: opinioni a confronto


fumetto
Scriveva Steven Rosen, Direttore dell’Ufficio Affari esteri del Comitato Israelo-Statunitense di Affari Pubblici, in una nota personale del 1982: “Una lobby è come un fiore notturno. Fiorisce nell’oscurità e muore al sole”! L’argomentazione di Rosen appare netta e semplice nel suo vigore e nella sua linearità, ma vogliamo riferire anche l’opinione di un esperto conoscitore di lobbies e lobbying come Edward Luttwak, politologo ed analista militare americano, che trenta anni dopo questa affermazione la pensa diversamente.
Per Luttwak “gli ingredienti della lobby devono essere quelli della legalità e della trasparenza delle decisioni. La democrazia – continua – funziona quando gli abitanti divengono cittadini e proteggono i loro diritti rispettando i loro doveri. Man mano che ci si allontana da questa formula ottimale di democrazia, i cittadini si trasformano in sudditi, ignorando diritti e doveri e causando il malfunzionamento delle lobbies. Queste, poi, sono sempre esistite negli ordinamenti democratici - conclude Luttwak - perchè al loro interno è possibile la rappresentazione dei diversi interessi”.
Condividiamo le affermazioni di Edward Luttwak, perchè al pari suo riteniamo che le lobbies costituiscano espressione di democrazia all’interno di un dato sistema. Certo, è importante che l’attività di queste sia condotta da gruppi d’interesse diversi (come negli Stati Uniti), in grado di portare all’attenzione del decisore proposte diversificate, supportate da spiegazioni e chiarimenti capaci di arricchire ed agevolare il corso processuale delle decisioni e non di ostacolarlo o influenzarlo.

mercoledì 3 marzo 2010

Lobbies e corporazioni in Italia


boschiPoco tempo fa, Francesco Giavazzi, docente di Economia Politica alla Bocconi e stimato editorialista del Corriere della Sera, come già fatto in un libello di successo, è tornato a parlare dell’Italia e dei rallentamenti cui è soggetta lungo la strada dello sviluppo. Per Giavazzi l’Italia  è un “Paese in declino, grigio e prigioniero di se stesso; non premia il merito e preferisce la rendita al rischio dell’investimento. Al suo interno, le grandi Aziende invece di competere sui mercati si rifugiano in settori al riparo dalla concorrenza, mentre le corporazioni e gli ordini professionali sono arroccati in difesa dei propri privilegi. Quale, allora, la ricetta per cambiare direzione? Secondo Francesco Giavazzi “importante sarebbe riscoprire l’istituto della concorrenza” ed avvicinare le “due Italie presenti, formate da chi compete (e si impegna) e da chi è protetto (e guadagna)”. Giavazzi, poi, parla anche delle lobbies “che fanno il loro mestiere e che non provocherebbero danno a nessuno – visto che fanno solo i propri interessi – se nel sistema entro cui si muovono ci fossero concorrenza e regole chiare. Il problema è, quindi, introdurre più concorrenza e non solo regolamentare le lobbies”. Riprendiamo un esempio citato in passato da Giavazzi per descrivere la nostra Italia ingessata da privilegi e veti. Dice Giavazzi: “da noi un’aspirina costa il doppio che in Gran Bretagna, perché qui può essere acquistata solo in farmacia, a differenza di quanto avviene altrove; i farmacisti, in passato, hanno spiegato per settimane sui diversi media che sarebbe rischioso infatti lasciare liberi gli Italiani di comprare la quantità di aspirina che vogliono”.
Approviamo quanto detto da Giavazzi ed auspichiamo un intervento tempestivo ed efficace del legislatore, cosicché la distanza fra l’Italia e gli altri Paesi, soprattutto anglosassoni, possa essere almeno ristretta. Il sistema paese e soprattutto gli Italiani esprimerebbero riconoscenza!

venerdì 19 febbraio 2010

Un grande giorno ieri!

dalai-lama-obamaIeri è stato un grande giorno perchè si sono incontrati due grandi uomini, il Dalai Lama ed il Presidente americano Barack Obama, persone al cui cospetto molti politici e politicanti appaiono irrimediabilmente piccoli ed egoisti. Grazie Dalai Lama per la forza e l'autorevolezza con cui Lei, ogni giorno, porta avanti la sua sua attività somma, fra l'ostilità di alcuni e le minacce di altri! Grazie Presidente Obama, per irrobustire ogni giorno di più, in noi, la convinzione che il sogno americano esista davvero!

venerdì 12 febbraio 2010

Due diversi sistemi!

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Alla guida di una qualsiasi società (intesa come comunità di persone, riunite non necessariamente in un medesimo luogo e che eseguono un ben individuato ufficio), sia essa impresa, partito politico, associazione categoriale, squadra o lega sportiva, deve essere collocata una persona integerrima, che possa impiegare la propria integrità per rappresentarne  gli interessi all’esterno, ma anche per dirigerne i lavori e le professionalità all’interno.


In un recente post abbiamo parlato del Commissioner della Nba (Lega di basket professionistica americana), David Joel Stern, avvocato e rappresentante della lobby ebraica di New York, e della sua abilità professionale impastata di avvedutezza, competenza, antivisione di cose e scenari.


David J. Stern, ricopre l’ufficio di Commissioner Nba perchè sa far rispettare le semplici e chiare leggi che disciplinano e regolano i gangli dello sport più bello del mondo; è rispettato perchè per primo sa farsi rispettare; è temuto perchè non adotta metodologie vendicative ed odiose, ma si limita ad applicare i regolamenti; non è in discussione perchè non ama discutere; è democratico perchè governa un movimento internazionale servendosi di (persino pochi) principi liberi e liberali, conosciuti e sottoscritti da tutti i membri della “sua” comunità; è severo perchè lo sono tempi e persone; è da alcuni odiato perchè coerente e perchè non ama negoziare le sue decisioni.


Il caso. Nelle settimane scorse, Gilbert Arenas e Javaris Crittenton, compagni di squadra nei Wizards di Washington, team professionistico della Nba, hanno introdotto nello spogliatoio delle armi -  alcuni giorni dopo una animata discussione -, ignorando tutti i regolamenti previsti.


Ebbene, dopo un attenta e dettagliata indagine è intervenuto David Stern che ha sospeso i due da ogni attività, sino alla conclusione del campionato Nba, privandoli, oltrettutto, anche dello stipendio. La società dei Wizards Washington ha approvato la decisione di Stern (Arenas dovrà comparire anche di fronte al tribunale del Distict of Columbia, perchè ha violato anche le sue leggi) e sta pensando alla rescissione dei contratti per i due; questi, capito la gravità del gesto compiuto, hanno accettato le decisioni prese e non hanno assolutamente criticato Stern.


Quindi, riassumendo: 1) vengono comminate delle sanzioni a due membri di una comunità, a seguito di loro gravi comportamenti; 2) la società che stipendia i due approva totalmente l’adozione di questi provvedimenti sanzionatori; 3) i destinatari delle sanzioni accettano le decisioni prese e non contestano assolutamente chi le ha adottate, 4) l’opinione pubblica approva, perchè il giudice – Stern -, come sempre, non ha minimamente temporeggiato o ammorbidito la pena inflitta.


Ci troviamo negli Stati Uniti!


Là l’ammirazione, la stima e la fiducia nei confronti di una persona maturano a seguito degli atti che compie e non delle parole che pronuncia; si usa ricordare questo nel sistema anglosassone. Possiamo, allora, ancora meravigliarci del prestigio di cui gode David Joel Stern, o di cui godono quelle persone che come Stern, sceglierebbero di dimettersi piuttosto che derogare alla propria integrità?


No, assolutamente!


Poi un qualsiasi lettore trova scritto sui nostri giornali, in questi giorni, che un calciatore è risultato positivo a due recentissimi controlli anti-doping e che la società che lo ha ingaggiato desidera solo proteggerlo e difenderlo per la sua condizione anagrafica di ragazzo e per il suo stato di umano incline a sbagliare (per ben tre volte, addirittura?), invocando coerentemente decisioni clementi (come al solito,  si cerca di condizionare le scelte di un giudice, servendosi di parole ed atti che indirizzano gli atteggiamenti ed i comportamenti dell’opinione pubblica – in realtà, questa strategia  viene impiegata anche negli Stati Uniti: si veda, al riguardo, il post “Amanda’s lobbying").


Ancora, sempre cronaca di questi giorni: un cantante che avrebbe dovuto partecipare ad una prossima gara canora dichiara l’assunzione quotidiana di droga; insorge la politica: cattivo maestro, indegno di partecipare alla gara canora pubblica; l’organizzazione della gara canora, con decisione: il cantante non può più essere ammesso. E’ ormai tutto deciso, quindi, irrevocabilmente. Tutti contenti, no? No! Perchè il cantante piange e prova ritrattare – aggiustandolo - l’outing; la politica ritorna sugli anatemi appena pronunciati, si commuove e dichiara di fare il tifo per la sua riammissione al concorso canoro; l’organizzazione della gara canora, spinta dalle opinioni buoniste diffuse nell’aria, ritorna sui suoi passi e condiziona la riammissione del cantante alla gara, alla sua decisione o meno di intraprendere un percorso riabilitativo (poi, però, non se fa più niente perchè il cantante si dichiara addirittura offeso; inoltre, alcuni suoi colleghi lo difendono e lo invitano a non partecipare!).


Tutto coerente da noi, no? Sì! Sembra la rappresentazione “buonista” del modello americano! Poi uno legge un giornale di sport americano in cui si parla di Stern e della vicenda di Arenas e Crittenton e si ferma a riflettere... interrogandosi!

giovedì 28 gennaio 2010

Nuova lobby Sky and Space

Spazio 2
Sky & Space potrebbe essere definita la nuova lobby nata per rappresentare le istanze dell’industria aerospaziale. L’iniziativa è di due eurodeputati italiani, Potito Salatto e Vittorio Prodi, e la forma di rappresentanza adottata è quella dell’intergruppo parlamentare.

La nuova lobby intende dedicare la propria attività alle problematiche del settore aerospaziale – ricordiamo, con un giro d’affari di circa 100 miliardi di euro l’anno – e si doterà di professionalità competenti ed esperte; la carica di presidente sarà ricoperta da Vittorio Prodi, mentre una delle quattro poltrone di vice sarà assegnata al sindaco di Roma Gianni Alemanno, uno fra i promotori dell’iniziativa.