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lunedì 9 maggio 2011

Affari esteri


8In questi ultimi tre mesi molti sono stati gli accadimenti internazionali di cui siamo venuti a conoscenza tramite i mezzi di informazione. Eccone elencati alcuni: l’esistenza di una diplomazia USA parallela a quella ufficiale, fatta di dispacci ufficiosi ed indiscrezioni; le tragiche vicende politico-rivoluzionarie degli Stati a sud del Mediterraneo, per le cui Popolazioni facciamo tutti il tifo; la guerra in Libia; l’evento sismico in Giappone ed il successivo allarme nucleare mondiale; l’uccisione di Osama Bin Laden, da parte delle truppe speciali americane in Pakistan. Mettendo da parte le spassose (se non fossero sciagurate, è chiaro) vicende italian-domestiche, esagerate mediaticamente dall’approssimarsi degli impegni elettorali amministrativi del fine settimana, pare opportuno soffermarsi brevemente ad analizzare la vicenda della morte del terrorista Bin Laden in Pakistan, per mano dei militari USA. Personalmente, avrei preferito parlare più della cattura di Bin Laden, piuttosto che della sua uccisione, innanzitutto perché la prima costituiva la ragione della guerra portata in Afghanistan da una coalizione internazionale a seguito degli eventi terroristici del 2001, poi, perché la sua uccisione che sarebbe dovuta essere una  fra le scelte possibili è diventata senza esitazioni l’unica opzione praticabile e di fatto praticata.
Dicono molti osservatori internazionali: si è preferita la vendetta alla giustizia; la vera giustizia era la vendetta; la vendetta è stata la giusta scelta.       
Aggiungono altri: avrebbe meritato, il terrorista, un processo regolare davanti ad una corte di giustizia internazionale; gli Usa hanno riservato a Bin Laden una pena corrispondente a quella esercitata da lui stesso, dieci anni prima; gli Stati Uniti si sono spinti più avanti, rispetto a quanto avrebbero dovuto.
Sottolineano, infine, maliziosamente, altri ancora: ma possibile che dopo dieci anni di guerra in Afghanistan, migliaia di morti fra civili e militari, ricerche del terrorista estese ai più diversi e stravaganti siti (montagne, gallerie scavate nella roccia..), operazioni di guerra condotte da militari plurititolati, si scopre che questi risiede indisturbato in un Paese confinante, da ormai sei anni e in una abitazione niente affatto fortezza?
Premettendo che Bin Laden  ha rappresentato ed esercitato in vita il male assoluto, che un mondo senza Bin Laden è un mondo più sicuro e libero, insieme a tanti altri mi domando preoccupato se la lex talionis non fosse in uso solo presso i popoli antichi (leggi: incivili)!

 

mercoledì 23 febbraio 2011

A ferro e fuoco




africaE’ molto difficile parlare in queste giornate così grevi di qualcosa d’altro. Non vogliamo nemmeno provare a farlo. L’Africa Mediterranea sta bruciando. I popoli rivieraschi a sud del Mediterraneo si ribellano ad anni di soperchierie di stato, multinazionali o forestiere. Gli incendi, le devastazioni, le grida, le violenze, la repressione e lo sterminio: abbiamo visto tutto, anche dove la censura non ha potuto.
I nostri occhi sono ebbri di dolore e sofferenza, le nostre menti stordite e confuse dagli eventi, i nostri corpi sono inermi ed inerti di fronte alla grande causa africana. Vorremmo intervenire, vorremmo partecipare, vorremmo concorrere anche noi a scrivere la storia della genuina democrazia nei Grandi Paesi a sud dell’Italia. Non possiamo che essere spettatori, però.
Non possiamo altro che assistere alla violenza di stato, esercitata nei confronti di chi vuol far prevalere un semplice principio democratico e molto occidentale, secondo cui, attraverso l’istituto della rappresentanza, compete al popolo scegliere i propri governanti. Continueremo a seguire gli eventi drammatici in Libia, Egitto, Tunisia, Marocco, trasformando le grida di dolore dei coraggiosi manifestanti nella nostra sdegnata collera verso chi continua a reprimere la libertà dei Popoli.

 

lunedì 27 settembre 2010

III^ Edizione Marcia Internazionale per la Libertà


Ti sei mai chiesto quale sia il vero volto della libertà?


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III MARCIA INTERNAZIONALE
PER LA LIBERTA’
DEI POPOLI
BIRMANO – IRANIANO – TIBETANO – UYGHURO




ROMA – 23 OTTOBRE - ORE 15.30


da P.zza Bocca della Verità a P.zza Navona

(Organizzata dall'Associazione di cultura Liberale
Società Libera)

venerdì 9 luglio 2010

A parte il lobbying ed ancora sul calcio




 



 



Jabulani



Alcuni visitatori del blog hanno chiesto all'estensore dei post di parlare ancora di calcio e dei Campionati mondiali in corso di svolgimento. Inoltre, hanno anche domandato - un navigatore in particolare - che i post venissero firmati dall'autore con il proprio nome. Accontentati tutti!



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Anche nel corso di questa edizione, a contendersi il titolo di campione del mondo di calcio saranno due compagini europee. Come nel 2006, del resto, a dimostrazione di quanto eurocentrico sia diventato il confine del calcio mondiale. Meglio, a dimostrazione di quanto, dopo una propagazione internazionale pluridecennale, il calcio competitivo e vincente abbia fatto rimpatrio al suo alveo primordiale di sviluppo e prima diffusione: l’Europa. L’Europa si conferma, infatti, come area caratterizzata da una superiorità sportiva palesata in quasi tutte le diverse discipline. Nel calcio particolarmente. Certo, nei campionati delle varie leghe europee ad incantare e giustificare il sempre più elevato prezzo dei biglietti sono le prestazioni dei giocatori extracomunitari,  prevalentemente sudamericani. Quello “latino” è un calcio da esportazione, infatti, uso ad approntare talenti e ad indirizzarli successivamente nei campionati del “vecchio continente”, più ricchi, ma disavvezzi da anni a crescere piccoli campioni autoctoni. Non si può tralasciare il fatto che il calcio di “oltreoceano” risulti fortemente indebolito da questa sua peculiarità: la polverizzazione  europea dei talenti latini, con la loro dispersione presso i diversi club del continente, infatti, fa derivare la frantumazione di ogni organicità, omogeneità e compattezza delle squadre nazionali; non è facile selezionare i calciatori, farli giocare insieme, renderli parti di un tutto, riunirli in un unico sito, compattarli verso una medesima tensione, acclimatarli. Uno pensa: ed il Brasile cinque volte campione del mondo, allora? E l’Argentina? Beh, esiste una spiegazione anche per gli esempi citati: le nazionali vincenti di Brasile ed Argentina erano guidate, meglio, trascinate da fuoriclasse che è impossibile mettere a paragone quanto a talento, abilità, doti con i giocatori di oggi. Non esiste un nuovo Maradona (altro che Messi!); non esiste un nuovo Ronaldo (altro che Luis Fabiano!); da qui consegue la spiegazione: il calcio sudamericano non potrà mai contare su una coralità di gioco rodata ed affidabile (come le nazionali europee), ma vivrà perennemente di individualità. Tanto più queste individualità saranno fuori dal comune, tanto più le squadre nazionali saranno vincenti. Una squadra di buoni calciatori – va ricordato - non vale le prestazioni di un solo fuoriclasse, in grado di cambiare l’inerzia di una partita con un colpo, o una semplice giocata.
La conclusione.Il calcio sudamericano nazionale si impoverisce a scapito di quello europeo, che gode dell’apporto dei suoi fuoriclasse e si migliora per la continua interazione con talenti e campioni allogeni. Il calcio europeo, tramite una politica inattiva riesce ad essere vincente, abbinando alla lunga tradizione sportiva l’interazione vantaggiosa con i “lontani”. L’Europa beneficia del talento degli atleti extra-comunitari e lo capitalizza al massimo; le nazionali latine sono di converso assottigliate nel loro vigore.
Cosa dovrebbero fare, allora, le leghe di calcio sudamericane per recuperare almeno i margini di questa compromessa/compressa competitività?
Mettere in atto soluzioni protezionistiche come fece la lega brasiliana di volley dopo una serie di clamorosi insuccessi (vietò, in particolare, ai suoi campioni l’espatrio presso club stranieri per diversi anni) o pensarne di diverse come invece la Nba americana (dopo figure pietose in tornei internazionali, pensò di limitare l’ingresso nel proprio campionato dei giocatori stranieri: i vertici della Lega si erano accorti, infatti, che questi, dopo anni di gioco in compagini statunitensi diventavano campioni e conducevano la loro esperienza nelle rispettive squadre nazionali rendendole molto competitive) non servirebbe. Gioverebbe, invece, erigere un nuovo modello sportivo con delle federazioni forti e con gli allenatori in posizione centrale: l’allenatore dovrà essere selezionatore, motivatore, ma soprattutto federatore, cioè abile a legare i talenti singoli in un unico soggetto, esaltando le differenze nel collettivo (abbandonino le vecchie glorie calcistiche ai destini che si sono guadagnati!). Ancora, i calciatori dovrebbero conoscersi e giocare insieme non soltanto in occasione di eventi sportivi internazionali (ricordiamo tutti gli stage preparatori di Sacchi, che potrebbero costituire un modello da importare); poi, dovrebbe essere composto uno zoccolo duro di giocatori in forza alle squadre di un medesimo continente e lavorare assiduamente con questo, prima di innestarvi ogni altra individualità (i calciatori tedeschi della nazionale, ad esempio, militano tutti in club del proprio Paese). Infine attrarre sponsor e finanziamenti da indirizzare nella riorganizzazione necessaria dei vivai, al fine di porre limiti ai continui saccheggi e depauperamenti operati dai team titolati europei, dovrà diventare imprescindibile.
Indignazione. Sono trascorsi quindici giorni dalla sconfitta vergognosa con la Slovacchia ed i vertici del nostro calcio sono ancora tutti al loro posto. Incredibile!
Cultura. I Mondiali di calcio sono anche occasioni per formarsi piccoli patrimoni di conoscenza (Ci si chiede: chi è quel calciatore? Da dove arriva? Qual è la storia del suo Paese ? E poi ci si informa attraverso i motori di ricerca internazionali - lo testimoniano le parole chiave inserite): si svolgano tutti i mesi!!
Auspicio. Nel corso della finale mondiale del prossimo 11 Luglio ci auguriamo che a prevalere possa essere il bel gioco ed il calcio in assoluto: lo dobbiamo tutti a questo sport che da un mese ci appassiona, ci coinvolge, ci emoziona, ma soprattutto – e non è poco visti i tempi rigorosi e severi - ci diverte.

Alessandro Panico/Omnes

venerdì 25 giugno 2010

Ancora Usa - Italia



obamaSuccede in America. Il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, rimuove dall’incarico il responsabile delle forze armate Usa e Nato schierate in Afghanistan, generale Stanley McChrystal, perché in una intervista aveva parlato delle debolezze dell’Amministrazione americana nella gestione delle attività di guerra, nell’area. Le conseguenze? Semplici e lineari: mandato affidato all’esperto generale Petraeus e polemiche ridotte al minimo. Il soldato, che aveva dapprima azzardato una improbabile difesa, ha accettato professionalmente la decisione forte del Presidente; verrebbe da dire da vero militare, da soggetto abituato, cioè, a sopportare le glorie e le insidie dei campi di guerre, ma anche gli effetti delle decisioni maturate nelle stanze del potere. Sì, negli Stati Uniti l’esecutore di importanti incarichi può contestare il suo capo affidatario; questi, però, può decidere a sua volta di rimuoverlo con atto imperioso, ma democratico per le critiche esternate, se queste risultano infondate o pretestuose e senza che alcuno ne contesti legittimità o autorità.
“Siamo in guerra, non dimentichiamocelo”, ha spiegato Obama riferendosi all’episodio.
Siamo in America, non dimentichiamocelo, potremmo aggiungere noi, una terra in cui il decisionismo e la responsabilità abitano i luoghi e sono declinazioni tangibili della democrazia di cui è estesamente impregnata.
 
30Succede in Italia, all’incirca nei medesimi momenti. Lasciamo da parte la vicenda americana che da noi avrebbe mutato i suoi contorni, convertendosi nella consueta penosa sceneggiata (tipo, attraverso i diversi passaggi: un generale denuncia una situazione di disagio; la sua condotta è sottoposta a censura; viene licenziato; diventa un martire pubblico protetto dall’opposizione politica; l’opinione pubblica si spacca; sarà candidato alle prossime elezioni come capolista di un partito d’opposizione; la stampa nazionale titolerà per settimane sul caso; se ne parlerà all’estero; tirannica sarà classificata la decisione di rimuoverlo) e parliamo di quanto accaduto ieri, in Italia, quando l’intera popolazione si è fermata per assistere alla partita di calcio – persa poi pesantemente -  fra la nostra nazionale e la Slovacchia, nel torneo mondiale sudafricano. Osserviamo, fra le numerose, alcune semplici cose: 1) in Italia troviamo coesione nazionale (bandiere tricolori, inno, aggregazione..) solo nei momenti di evasione o svago, mai in quelli importanti, seri e decisivi; questo rattrista dolorosamente e deve indurci a severa riflessione; 2) solo noi Italiani, sino ad oggi, abbiamo creduto che il nostro calcio si fosse sviluppato, mentre gli altri movimenti calcistici mondiali stavano ancora rincorrendoci; al riguardo, ricordiamo che la mondializzazione non ha travolto e trascinato semplicemente le economie mondiali, ma tutto, indistintamente, calcio compreso; 3) criticare – doverosamente - la protervia dei nostri calciatori, la loro inabilità, il loro ego smisurato, la loro gigantesca inconcludenza presuppone biasimare anche noi stessi, visto che anche noi abbiamo colpevolmente contribuito a costruire tutto questo, negli anni, attraverso la copertura di  loro comportamenti inaccettabili e con l’approvazione verso gesti, modi di fare e modi di agire inqualificabili, messi in atto dagli “eroi” di ieri pomeriggio; l’esultanza di un giocatore, ad esempio, dopo un goal? Non c’è più spontaneità nemmeno lì, nel nostro campionato, perché il calciatore prepara la scena prima, per la gioia degli sponsor e di noi tifosi che continuiamo a manifestare divertimento; 4) non può essere consentito che la squadra vincitrice del campionato, della Champions League e della Coppa nazionale, l’Inter, non assicuri un serbatoio di risorse ed energie alla nazionale, perché composta da soli stranieri; non lo possiamo permettere e non ce lo possiamo più permettere; 5) è giusto pretendere le dimissioni dei vertici del nostro calcio, perché chi continua a governarlo, ad oggi, lo ha demolito e mandato in rovina; è troppo facile mr. Lippi assumersi le responsabilità della disfatta di ieri, per evitare domande scomode e quando si è alla conclusione del proprio contratto; è troppo semplice, infine, Governo del Calcio italiano mandare avanti mr. Lippi, che non può più essere “processato” a causa delle ragioni appena esposte; e le vostre responsabilità? 6) rivolto ai calciatori: basta con le vostre compagne sui giornali, con il vostro cuoco in tv, con i vostri tatuaggi arabescati, con la coltre di gel a coprire il vostro nulla, con il cellulare appeso al collo, con la borsa indossata a bandoliera. Siate seri, professionali e prendete coscienza di una condizione che non può più essere sopportata da voi stessi, in primis, ma anche da noi tifosi  che nelle manifestazioni internazionali vi deleghiamo la rappresentanza. Vedete, calciatori italiani, protagonisti della disfatta di ieri, per vostra responsabilità l’esperienza sudafricana sarà ricordata per decenni e non solo nella letteratura calcistica – un po’ come per la Corea – come la peggiore e sventurata capitata alla nostra nazionale e come esempio di “disfatta modello”, da non ripetere assolutamente non solo nel calcio, ma in ogni situazione. Poi, sappiamo tutti come funziona da noi: l’evento si idealizzerà nel luogo e noi Italiani assoceremo al Sudafrica il peggiore e luttuoso ricordo. Tutto questo non lo merita uno stato certamente difficile, con una storia complicata, ma in movimento e con un programma per il futuro assennato ed ambizioso. Tutto questo non lo meritano, soprattutto, persone che in nome degli ideali di libertà di un intero popolo hanno rinunciato a tutto: ovviamente, ci riferiamo a Nelson Mandela, primo Presidente nero del Sudafrica dopo la fine dell'apartheid e Premio Nobel per la Pace e a quanti sono stati accanto a lui, nel corso della sua lunga battaglia, condotta per la libertà e la democrazia, contro razzismo ed intolleranza.
Calciatori italiani, protagonisti della disfatta di ieri, oltre che a noi, avete l’obbligo di chiedere scusa anche a lui!

 

mercoledì 28 aprile 2010

Lobbying culturale liberale

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L’Associazione Società Libera, lobby italiana di cultura liberale, presenta in questi giorni a Roma e Milano l’ottavo Rapporto sul Processo di Liberalizzazione della Società Italiana. La presentazione del Rapporto costituisce occasione per analizzare il “sistema Italia”- sempre più compresso fra sfiducia e inefficienza - e momento di discussione fra tutti i partecipanti esperti presenti. Società Libera, consapevole che l’attuale crisi sia anche la conseguenza di politiche dissennate “condotte in assenza di regole certe, controlli costanti e valori condivisi”, ritiene che vada assolutamente ripreso anche il dibattito sulla privatizzazione di diverse aziende ancora partecipate dallo stato; inoltre, Società Libera crede che l’informazione debba subire un deciso e consapevole ricentraggio del suo ruolo, così da staccarla definitivamente da manifesti conflitti di interessi ed insopportabili vuoti di pluralismo.

venerdì 19 marzo 2010

Lobby e Lobbying: opinioni a confronto


fumetto
Scriveva Steven Rosen, Direttore dell’Ufficio Affari esteri del Comitato Israelo-Statunitense di Affari Pubblici, in una nota personale del 1982: “Una lobby è come un fiore notturno. Fiorisce nell’oscurità e muore al sole”! L’argomentazione di Rosen appare netta e semplice nel suo vigore e nella sua linearità, ma vogliamo riferire anche l’opinione di un esperto conoscitore di lobbies e lobbying come Edward Luttwak, politologo ed analista militare americano, che trenta anni dopo questa affermazione la pensa diversamente.
Per Luttwak “gli ingredienti della lobby devono essere quelli della legalità e della trasparenza delle decisioni. La democrazia – continua – funziona quando gli abitanti divengono cittadini e proteggono i loro diritti rispettando i loro doveri. Man mano che ci si allontana da questa formula ottimale di democrazia, i cittadini si trasformano in sudditi, ignorando diritti e doveri e causando il malfunzionamento delle lobbies. Queste, poi, sono sempre esistite negli ordinamenti democratici - conclude Luttwak - perchè al loro interno è possibile la rappresentazione dei diversi interessi”.
Condividiamo le affermazioni di Edward Luttwak, perchè al pari suo riteniamo che le lobbies costituiscano espressione di democrazia all’interno di un dato sistema. Certo, è importante che l’attività di queste sia condotta da gruppi d’interesse diversi (come negli Stati Uniti), in grado di portare all’attenzione del decisore proposte diversificate, supportate da spiegazioni e chiarimenti capaci di arricchire ed agevolare il corso processuale delle decisioni e non di ostacolarlo o influenzarlo.

mercoledì 3 marzo 2010

Lobbies e corporazioni in Italia


boschiPoco tempo fa, Francesco Giavazzi, docente di Economia Politica alla Bocconi e stimato editorialista del Corriere della Sera, come già fatto in un libello di successo, è tornato a parlare dell’Italia e dei rallentamenti cui è soggetta lungo la strada dello sviluppo. Per Giavazzi l’Italia  è un “Paese in declino, grigio e prigioniero di se stesso; non premia il merito e preferisce la rendita al rischio dell’investimento. Al suo interno, le grandi Aziende invece di competere sui mercati si rifugiano in settori al riparo dalla concorrenza, mentre le corporazioni e gli ordini professionali sono arroccati in difesa dei propri privilegi. Quale, allora, la ricetta per cambiare direzione? Secondo Francesco Giavazzi “importante sarebbe riscoprire l’istituto della concorrenza” ed avvicinare le “due Italie presenti, formate da chi compete (e si impegna) e da chi è protetto (e guadagna)”. Giavazzi, poi, parla anche delle lobbies “che fanno il loro mestiere e che non provocherebbero danno a nessuno – visto che fanno solo i propri interessi – se nel sistema entro cui si muovono ci fossero concorrenza e regole chiare. Il problema è, quindi, introdurre più concorrenza e non solo regolamentare le lobbies”. Riprendiamo un esempio citato in passato da Giavazzi per descrivere la nostra Italia ingessata da privilegi e veti. Dice Giavazzi: “da noi un’aspirina costa il doppio che in Gran Bretagna, perché qui può essere acquistata solo in farmacia, a differenza di quanto avviene altrove; i farmacisti, in passato, hanno spiegato per settimane sui diversi media che sarebbe rischioso infatti lasciare liberi gli Italiani di comprare la quantità di aspirina che vogliono”.
Approviamo quanto detto da Giavazzi ed auspichiamo un intervento tempestivo ed efficace del legislatore, cosicché la distanza fra l’Italia e gli altri Paesi, soprattutto anglosassoni, possa essere almeno ristretta. Il sistema paese e soprattutto gli Italiani esprimerebbero riconoscenza!

venerdì 19 febbraio 2010

Un grande giorno ieri!

dalai-lama-obamaIeri è stato un grande giorno perchè si sono incontrati due grandi uomini, il Dalai Lama ed il Presidente americano Barack Obama, persone al cui cospetto molti politici e politicanti appaiono irrimediabilmente piccoli ed egoisti. Grazie Dalai Lama per la forza e l'autorevolezza con cui Lei, ogni giorno, porta avanti la sua sua attività somma, fra l'ostilità di alcuni e le minacce di altri! Grazie Presidente Obama, per irrobustire ogni giorno di più, in noi, la convinzione che il sogno americano esista davvero!

venerdì 12 febbraio 2010

Due diversi sistemi!

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Alla guida di una qualsiasi società (intesa come comunità di persone, riunite non necessariamente in un medesimo luogo e che eseguono un ben individuato ufficio), sia essa impresa, partito politico, associazione categoriale, squadra o lega sportiva, deve essere collocata una persona integerrima, che possa impiegare la propria integrità per rappresentarne  gli interessi all’esterno, ma anche per dirigerne i lavori e le professionalità all’interno.


In un recente post abbiamo parlato del Commissioner della Nba (Lega di basket professionistica americana), David Joel Stern, avvocato e rappresentante della lobby ebraica di New York, e della sua abilità professionale impastata di avvedutezza, competenza, antivisione di cose e scenari.


David J. Stern, ricopre l’ufficio di Commissioner Nba perchè sa far rispettare le semplici e chiare leggi che disciplinano e regolano i gangli dello sport più bello del mondo; è rispettato perchè per primo sa farsi rispettare; è temuto perchè non adotta metodologie vendicative ed odiose, ma si limita ad applicare i regolamenti; non è in discussione perchè non ama discutere; è democratico perchè governa un movimento internazionale servendosi di (persino pochi) principi liberi e liberali, conosciuti e sottoscritti da tutti i membri della “sua” comunità; è severo perchè lo sono tempi e persone; è da alcuni odiato perchè coerente e perchè non ama negoziare le sue decisioni.


Il caso. Nelle settimane scorse, Gilbert Arenas e Javaris Crittenton, compagni di squadra nei Wizards di Washington, team professionistico della Nba, hanno introdotto nello spogliatoio delle armi -  alcuni giorni dopo una animata discussione -, ignorando tutti i regolamenti previsti.


Ebbene, dopo un attenta e dettagliata indagine è intervenuto David Stern che ha sospeso i due da ogni attività, sino alla conclusione del campionato Nba, privandoli, oltrettutto, anche dello stipendio. La società dei Wizards Washington ha approvato la decisione di Stern (Arenas dovrà comparire anche di fronte al tribunale del Distict of Columbia, perchè ha violato anche le sue leggi) e sta pensando alla rescissione dei contratti per i due; questi, capito la gravità del gesto compiuto, hanno accettato le decisioni prese e non hanno assolutamente criticato Stern.


Quindi, riassumendo: 1) vengono comminate delle sanzioni a due membri di una comunità, a seguito di loro gravi comportamenti; 2) la società che stipendia i due approva totalmente l’adozione di questi provvedimenti sanzionatori; 3) i destinatari delle sanzioni accettano le decisioni prese e non contestano assolutamente chi le ha adottate, 4) l’opinione pubblica approva, perchè il giudice – Stern -, come sempre, non ha minimamente temporeggiato o ammorbidito la pena inflitta.


Ci troviamo negli Stati Uniti!


Là l’ammirazione, la stima e la fiducia nei confronti di una persona maturano a seguito degli atti che compie e non delle parole che pronuncia; si usa ricordare questo nel sistema anglosassone. Possiamo, allora, ancora meravigliarci del prestigio di cui gode David Joel Stern, o di cui godono quelle persone che come Stern, sceglierebbero di dimettersi piuttosto che derogare alla propria integrità?


No, assolutamente!


Poi un qualsiasi lettore trova scritto sui nostri giornali, in questi giorni, che un calciatore è risultato positivo a due recentissimi controlli anti-doping e che la società che lo ha ingaggiato desidera solo proteggerlo e difenderlo per la sua condizione anagrafica di ragazzo e per il suo stato di umano incline a sbagliare (per ben tre volte, addirittura?), invocando coerentemente decisioni clementi (come al solito,  si cerca di condizionare le scelte di un giudice, servendosi di parole ed atti che indirizzano gli atteggiamenti ed i comportamenti dell’opinione pubblica – in realtà, questa strategia  viene impiegata anche negli Stati Uniti: si veda, al riguardo, il post “Amanda’s lobbying").


Ancora, sempre cronaca di questi giorni: un cantante che avrebbe dovuto partecipare ad una prossima gara canora dichiara l’assunzione quotidiana di droga; insorge la politica: cattivo maestro, indegno di partecipare alla gara canora pubblica; l’organizzazione della gara canora, con decisione: il cantante non può più essere ammesso. E’ ormai tutto deciso, quindi, irrevocabilmente. Tutti contenti, no? No! Perchè il cantante piange e prova ritrattare – aggiustandolo - l’outing; la politica ritorna sugli anatemi appena pronunciati, si commuove e dichiara di fare il tifo per la sua riammissione al concorso canoro; l’organizzazione della gara canora, spinta dalle opinioni buoniste diffuse nell’aria, ritorna sui suoi passi e condiziona la riammissione del cantante alla gara, alla sua decisione o meno di intraprendere un percorso riabilitativo (poi, però, non se fa più niente perchè il cantante si dichiara addirittura offeso; inoltre, alcuni suoi colleghi lo difendono e lo invitano a non partecipare!).


Tutto coerente da noi, no? Sì! Sembra la rappresentazione “buonista” del modello americano! Poi uno legge un giornale di sport americano in cui si parla di Stern e della vicenda di Arenas e Crittenton e si ferma a riflettere... interrogandosi!

giovedì 28 gennaio 2010

Nuova lobby Sky and Space

Spazio 2
Sky & Space potrebbe essere definita la nuova lobby nata per rappresentare le istanze dell’industria aerospaziale. L’iniziativa è di due eurodeputati italiani, Potito Salatto e Vittorio Prodi, e la forma di rappresentanza adottata è quella dell’intergruppo parlamentare.

La nuova lobby intende dedicare la propria attività alle problematiche del settore aerospaziale – ricordiamo, con un giro d’affari di circa 100 miliardi di euro l’anno – e si doterà di professionalità competenti ed esperte; la carica di presidente sarà ricoperta da Vittorio Prodi, mentre una delle quattro poltrone di vice sarà assegnata al sindaco di Roma Gianni Alemanno, uno fra i promotori dell’iniziativa.

giovedì 14 gennaio 2010

Lobbying di Piccola Industria


Confindustria
Il nuovo Presidente della Piccola Industria di Confindustria è Vincenzo Boccia, campano, già Presidente del movimento dei Giovani Imprenditori e già vice di Giuseppe Morandini.


In un momento difficile come l’attuale, al nuovo Presidente spetterà un compito impegnativo, ma anche stimolante; tutte le persone che hanno avuto occasione di lavorare con lui sono assolutamente certe delle qualità, competenze e capacità che saprà impiegare a vantaggio della Piccola Industria.


Fra i diversi punti del programma di presidenza, Vincenzo Boccia ha illustrato quelle che saranno le aree su cui  concentrerà con vigore l’azione dell’Associazione da lui guidata: Fisco (riduzione dell’IRAP), Credito (attenuazione dei vincoli di Basilea 2), Burocrazia (accelerare la semplificazione) e  Formazione (avvicinamento dei giovani alle imprese, con il “servizio civile aziendale”, della durata di  un mese).


Con una squadra di presidenza composta da nove membri preparati e con esperienza, siamo convinti che Vincenzo Boccia saprà portare avanti le istanze della Piccola Industria con la stessa energia impiegata dal suo predecessore Morandini.


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Confindustria e Fascismo, secondo una certa storiografia.  Confindustria è stata accusata – soprattuto da alcuni storici , nel corso di alcuni convegni – di  avere in qualche modo supportato il fascismo: Mussolini nomina,  infatti,  ministro del tesoro il Prof. De Stefani, economista liberale; il 2 ottobre 1925, inoltre, con il Patto Vidoni  firmato tra Confindustria e i rappresentanti del regime fascista, vengono aboliti i sindacati dei lavoratori cattolici, socialisti o indipendenti; infine, nel 1926, scioperi e serrate vengono dichiarate fuori legge.


Non aggiungiamo altro a quanto appena esposto, lasciando polemiche e dispute storiche agli storici, appunto.

venerdì 4 dicembre 2009

Lobby o Partito politico?


partitiPiccole lobbies....Partiti politici crescono!


A sinistra. Comunisti-Sinistra Popolare, con leader Marco Rizzo, non è, secondo le affermazini del suo fondatore, l’ennesimo partito comunista sulla scena politica italiana, ma una sorta di nuova lobby morale che ha come proprio simbolo la rappresentazione della falce e martello e che non vive di politica, ma che fa politica per costruire un grande movimento anticapitalista.


Marco Rizzo ha spiegato che il suo nuovo partito vuole diventare una sorta di lobby morale sui comportamenti e sulle azioni di lotta per riconquistare la fiducia della gente e rappresentarne le esigenze.


A destra. Gianfranco Miccichè, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al Cipe, è da tempo che va manifestando l’intenzione di dare vita ad un Partito del sud per bilanciare gli equilibri di un Governo fortemente “sbilanciato” a nord, ma anche per rappresentare gli interessi degli elettoridel sud: quasi come fosse una lobby di rappresentanza del Mezzogiorno e dei suoi abitanti.


Miccichè ha sostenuto che del nuovo Partito ci sarebbe bisogno principalmente a Roma e che quindi lavorerà per le prossime elezioni politiche; intanto, però, qualcosa di molto concreto va muovendosi in Sicilia, sua terra d’elezione, in seno all'Assemblea regionale.


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Che i Partiti politici, mediatori tra lo Stato e i cittadini e con la insostituibile funzione di controllo dei governati sui governanti, abbiano intenzione di cambiare la propria denominazione e mission in un futuro vicino?


 

venerdì 20 novembre 2009

La lobby del calcio

calcio 2Maurizio Beretta è stato nominato Presidente della Lega Calcio italiana dai rappresentanti dei club di  serie A B, nel corso dell'assemblea generale straordinaria riunitasi lo scorso 25 Agosto.


Maurizio Beretta succede al commissario straordinario Giancarlo Abete, che ha guidato la Lega nel periodo successivo alla presidenza di Antonio Matarrese.
A rappresentare gli interessi del nostro calcio sarà, quindi, un professionista autorevole, competente, di prestigio, già Direttore Generale di Confindustria e, prima ancora, responsabile delle relazioni istituzionali di Fiat.


Maurizio Beretta, intervistato recentemente da un giornalista sul significato e sul valore della sua professione di rappresentante di interessi, ha così risposto: “oggi fare lobbying significa svolgere questa attività su più livelli: locale, nazionale, europeo e, in molti casi, anche mondiale, se si tiene conto del fenomeno della globalizzazione dell’economia. Per me lobbying è la capacità di presentare interessi costituiti in maniera trasparente e riuscire a coniugare questi interessi con quelli di carattere generale, in modo che i decisori possano tenerli nella dovuta considerazione. Compito del lobbista è, quindi, innescare questo circuito virtuoso”.


(Torneremo a parlare di Maurizio Beretta in un prossimo post, centrato completamente sulla sua persona e sulla sua attività di lobbista).

venerdì 6 novembre 2009

Lobbying culturale


011
L’organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, UNESCO, attraverso il trattato internazionale noto come Convenzione sulla protezione del Patrimonio Mondiale, Culturale e Naturale dell’Umanità, adottato nel 1972, riconosce come Patrimoni, Siti che per specificati e fissati valori costituiscono preziosa eredità a beneficio di tutti noi e, soprattutto, delle generazioni future.


Insostituibili testimonianze di un passato giunto sino ai nostri giorni, moltissimi siti, monumenti e luoghi dovrebbero incentivare la partecipazione di ognuno di noi ad iniziative, azioni e proposte finalizzate alla loro tutela, alla loro valorizzazione ed alla loro protezione.


Sappiamo che azioni in questa direzione - che non si configurano come attività di lobbying vere e proprie, anche se per percorsi e metodologie applicative appaiono del tutto similari - sono state avviate serie e numerose.


 Parliamo, fra le tante, di quelle intraprese a vantaggio della città di Ancona, affinchè questa possa essere inserita nella Lista dei Siti del Patrimonio Mondiale, Culturale dell’Umanità tutelato dall’UNESCO.


Riferimento del Medio-Adriatico per il suo ruolo economico, ma anche per sua la millenaria storia, la scenografica bellezza, il nucleo abitativo all’interno del quale si distribuiscono i più significativi monumenti, le sue strette ed irte vie, il suo Duomo affacciato sul mare, il suo Porto, candidare l’intera città a Patrimonio Culturale e Naturale dell’umanità, nasce,  siamo convinti, dal desiderio di vedere riconosciuta la rappresentazione dell’arte che la caratterizza architettonicamente, come qualità da proteggere e preservare come testimonianza di una municipalità originalissima ed inimitabile.


Candidare la città di Ancona a Patrimonio Culturale significa, anche, riconoscere e premiare il suo millenarismo fuso di arte e storia, che compare nelle suggestive cornici ricordate, ma che rischia di disperdersi in rivoli di disinteresse, incuria, assuefazione, apatia.


Nel corso dei prossimi mesi, daremo sicuramente conto dell’esito del percorso di avvicinamento di Ancona a Sito da inserire nella lista del Patrimonio Mondiale e Culturale dell’Umanità tutelato dall’UNESCO.
Ora, però desideriamo parlare anche dello stato dei Beni Culturali nel nostro Paese.


Il Patrimonio Culturale e Naturale Mondiale risulta costantemente minacciato dal degrado, dall’incuria, dall’erogazione di misure economiche insufficienti ed inadeguate per la sua opportuna valorizzazione; prevederne una forma di salvaguardia e difesa significherebbe conservare un bene la cui sparizione originerebbe un depauperamento per l’intera umanità e non solo per la popolazione presso cui il Sito insisteva.


Parlare di tutela e valorizzazione dei Beni Culturali nel nostro Paese (ma sarebbe così da ogni altra parte, oggi), però, potrebbe sembrare fuori luogo, in un momento come l’attuale, di severa ed assai grave congiuntura economica mondiale.


Potrebbe apparire come sconsigliato abbandono di tutti quegli sforzi riuniti in una solida coralità e finalizzati al superamento della tempesta economica in atto.


Sfiducia, scetticismo, inquietudine, preoccupazione, che stanno attraversando in maniera ubiquista l’Italia di questi mesi, richiedono sì, sforzi per giungere a soluzioni efficaci, e sì, progetti in grado di restituire la serenità trascorsa ed oggi  perduta, ma impongono anche di non procedere trascurando qualcosa o lasciando qualcos’altro indietro; valorizzare i nostri Beni Culturali significa far acquistare valore a quel complesso di opere che da sempre costituisce una componente di gran conto -  attraverso il turismo - della economia italiana, del suo consolidamento e perfino della sua crescita.


In questo periodo pregno di difficoltà saper scegliere e riuscire a prevedere gli effetti di certi provvedimenti è cruciale; esistono delle aree di criticità nei confronti delle quali intervenire, ma un decisionismo miope e settoriale che pianifichi ed attui misure tampone dimenticando tutto il resto non può che risultare sterile e fuori tempo.


Oggi si tende a riservare importanza a tutto ciò che si stima possa essere in grado di generare profitto o rilanciare l’economia; da qui nasce tutta quella serie di iniziative governative a sostegno di ben determinati settori e specificate categorie, che contiene quel vulnus, inaccettabile per tutti, di praticare considerevoli tagli di spesa a danno del settore della Cultura e dei Beni Culturali e paesaggistici.


Se tutto questo avviene atavicamente in ogni parte del mondo e principalmente nei momenti di crisi, nel nostro Paese, data la ricchezza storico-paesaggistica presente, non può essere tollerato.


Proviamo a considerare quello storico-culturale italiano davvero come un Patrimonio.

martedì 27 ottobre 2009