In preparazione: persone e poteri forti a Perugia
martedì 11 ottobre 2011
lunedì 29 agosto 2011
Calcio e sciopero in tempo di crisi. La lobby dei calciatori.
Nell’Italia prossima al precipizio, in cui quotidianamente si aprono voragini della stessa spessezza di quelle presenti negli edifici giapponesi appena dopo il sisma, assistiamo divertiti allo sciopero dei calciatori professionisti della massima serie nazionale. Assistiamo divertiti perché consideriamo i calciatori dei simpatici perditempo, anzi dei simpatici perdigiorno: in fondo animano e danno un senso alla nostra domenica, ci rallegrano con i loro dribbling così come con la loro scarsa profondità, considerano lavoro (il loro) ciò che tutti riteniamo essere un divertimento gioioso ed evocatore di festa e per il quale (caso raro, ma in verità non unico) non esiste un percorso formativo distinto e determinato di accesso. In più e cosa di non poco conto, non li paghiamo noi con le nostre tasse, a differenza dei politici e delle loro inefficienze e questo in tempi di ristrettezze solleva noi e quasi deresponsabilizza loro.
Ma la parola sciopero, riflettendoci anche solo un po', evoca astensioni collettive di lavoratori dal lavoro, lotte legittime, proteste, rivendicazioni salariali ed atti di solidarismo: sentirla allora maneggiare da chi si considera lavoratore solo perché beneficia della corresponsione di un generoso stipendio (ingaggio) da parte di altro soggetto (le Società di calcio), sa di beffa, manipolazione e canzonatura nei confronti di tutti ed in particolare di chi lotta o ha lottato veramente e strenuamente per un lavoro reale o per conservarlo. E’ vero: molti nostri calciatori sentendo della serrata in atto nel campionato di basket professionistico USA, sono rimasti colpiti ed hanno cercato di imitare in parte i colleghi d'oltreoceano mutuandone la forma di protesta e cercando quasi di saldare le loro ragioni con le proprie al grido di un complotto internazionale, data la crisi economica, ai danni della categoria degli sportivi. E’ altrettanto vero: quando decidono di ragionare i nostri calciatori, anche se affaticandosi, riescono alla fine a farlo. Hanno da anni compreso la potenza di propagazione delle televisioni e si sono adeguati, tutelando ad esempio in tutti modi i diritti legati alla propria immagine; inoltre, sanno che le società derivano il loro gettito dalla vendita dei diritti tv e non più dagli spettatori paganti allo stadio e quindi hanno dilatato con smisuratezza le proprie pretese economiche nei loro confronti, pensionando il contatto con i tifosi e privilegiando i passaggi nell’etere. Malgrado questi esempi, però, i nostri calciatori non sono riusciti ancora a capire la forza, la potenza, la sacralità e l’inviolabilità di un termine alto e torreggiante come sciopero: sentirlo sibilare nei loro labiali è un po’ come ascoltare la recita di un Canto della Divina Commedia da parte di un infante e cioè incredibile. 1) Un consiglio ai calciatori ed al loro rappresentante, che sempre più spesso si vede in tv e che pare non ridere per apparire più serio: aprite qualsiasi edizione di quel grande volume austero presente – ci si augura – in ogni abitazione e denominato vocabolario, ricercate il vocabolo “sciopero”, leggetene la definizione e riflettete almeno un minuto sul suo contenuto e sugli esempi eventualmente riferiti. 2) Un invito ai calciatori: nessuno può sottrarsi a rinunce e sacrifici in tempi di seria crisi economica (indipendentemente dal contributo di solidarietà). Nemmeno voi osereste rimanere isolati nella vostra torre indorata mentre l’Italia tutta precipita.
mercoledì 22 dicembre 2010
lunedì 27 settembre 2010
III^ Edizione Marcia Internazionale per la Libertà
Ti sei mai chiesto quale sia il vero volto della libertà?
III MARCIA INTERNAZIONALE
PER LA LIBERTA’
DEI POPOLI
BIRMANO – IRANIANO – TIBETANO – UYGHURO
ROMA – 23 OTTOBRE - ORE 15.30
da P.zza Bocca della Verità a P.zza Navona
(Organizzata dall'Associazione di cultura Liberale
Società Libera)
giovedì 17 giugno 2010
Lobby dell'arte
Un gruppo davvero speciale ed esclusivo, rappresenta quello dei valutatori di opere d’arte; ne parliamo oggi. Per discuterne, però, è necessario articolare una breve premessa, che consentirà di bene inquadrare questo gruppo - anche storicamente - all’interno dell’ambiente in cui si muove ed opera da decenni. A partire dal XIX secolo i parametri impiegati dagli esperti d’arte per le proprie valutazioni cambiano profondamente; l’artista infatti, a partire da quel preciso momento storico, non si esercita più in una rappresentazione oggettiva della realtà, ma propone manifestazioni artistiche soggettive e nuove forme espressive, lontane dai canoni tradizionali. L’artista, ora innovatore, riproduce una realtà filtrata dalle sue impressioni e mediata dalle sue osservazioni, che non è più l’imitazione di ciò che appare a tutti gli altri, ma una continua sperimentazione che sfocia nel progressivo disancoramento dal reale. Cosa deriva da tutto questo? Per prima cosa il ricordato affrancamento, da parte degli artisti, dall’eleborare in modo veristico le forme del mondo sensibile; poi, il consolidamento di un mercato dell’arte in cui l’aspetto economico prevale su quello estetico; quindi, la perdita di ogni riferimento per il compratore di opere d’arte, visto che i canoni di bello o brutto riferiti ad un’opera perdono sostanza (prima un quadro, ad esempio, veniva considerato bello se ciò che era rappresentato somigliava al soggetto o al paesaggio reale); infine - la cosa più importante, senza dubbio -, l’ascesa impetuosa del ruolo e della figura del critico d’arte, del cui giudizio debbono ora fidarsi gli acquirenti e il cui linguaggio comincia a divenire sempre più criptico e specialistico. I successi degli artisti, da questo momento in avanti, non sono più decretati dal pubblico, ma dai critici d’arte: solo se ha l’appoggio di questi un’opera avrà valore e solo se avrà valore l’opera sarà acquistata dai diversi compratori, che non l’acquistano (solo) per il piacere di ammirarla, ma perchè sono convinti che raddoppierà o triplicherà la quotazione iniziale nel volgere di pochi anni. Il potere dei critici d’arte è tale da riuscire a creare beni di cultura dal niente, attribuendo valore artistico ed economico a determinate produzioni (quadri più di ogni altra produzione: statue, ad esempio) e determinati autori, anche a danno di altri; non tragga in inganno il fatto che alcune opere possono essere acquistate solo da alcune privilegiate categorie di compratori, perchè il mercato, benchè occidentale, ha una estensione mondiale ed una trasversalità rilevante (dal petroliere con significativo capitale, allo sportivo con patrimonio investito nell’acquisto di opere d’arte). Inoltre, la pittura viene considerata dai critici come disciplina artistica d’eccellenza, perchè si esprime attraverso opere non riproducibili (come per musica e poesia, ad esempio), ma uniche e con conseguente elevato valore. Per questa ragione un quadro raggiunge, per opera non (solamente) dell’autore, ma del giudizio di chi controlla il mercato (critici e mercanti) quotazioni incredibili, indipendentemente dalla notorietà o meno di chi lo ha realizzato: la forza del gruppo dei valutatori d’arte consiste in questo, cioè nel saper convincere chi dispone di capitali ed è incompetente ad acquistare opere. Il gruppo ha una forza, un blasone ed uno spirito di appartenenza unico, ma la sua azione ha un limite spaziale ed applicativo di rilievo: riesce ad esercitare il potere di suggestione prevalentemente nelle discipline della pittura e della scultura e non in altre manifestazioni artistiche, come ad esempio l’architettura. Perchè non l’architettura? Perchè in questo caso la produzione artistica deve essere accompagnata da un necessario valore d’uso, sconosciuto alle opere pittoriche; per spiegare, poniamo il caso di una abitazione: per quanto disegnata e rifinita in ogni particolare da importanti designers o stilisti, se questa non sarà anche comoda e molto pratica non verrà assolutamente acquistata da alcuno. Quindi, più il valore d’uso di una produzione sarà alto, meno il cliente potrà essere raggirato; la conseguenza sarà che il gruppo dei critici d’arte sarà meno abile a vendere e, al contempo, forte.
mercoledì 28 aprile 2010
Lobbying culturale liberale
L’Associazione Società Libera, lobby italiana di cultura liberale, presenta in questi giorni a Roma e Milano l’ottavo Rapporto sul Processo di Liberalizzazione della Società Italiana. La presentazione del Rapporto costituisce occasione per analizzare il “sistema Italia”- sempre più compresso fra sfiducia e inefficienza - e momento di discussione fra tutti i partecipanti esperti presenti. Società Libera, consapevole che l’attuale crisi sia anche la conseguenza di politiche dissennate “condotte in assenza di regole certe, controlli costanti e valori condivisi”, ritiene che vada assolutamente ripreso anche il dibattito sulla privatizzazione di diverse aziende ancora partecipate dallo stato; inoltre, Società Libera crede che l’informazione debba subire un deciso e consapevole ricentraggio del suo ruolo, così da staccarla definitivamente da manifesti conflitti di interessi ed insopportabili vuoti di pluralismo.
venerdì 19 marzo 2010
Lobby e Lobbying: opinioni a confronto
Scriveva Steven Rosen, Direttore dell’Ufficio Affari esteri del Comitato Israelo-Statunitense di Affari Pubblici, in una nota personale del 1982: “Una lobby è come un fiore notturno. Fiorisce nell’oscurità e muore al sole”! L’argomentazione di Rosen appare netta e semplice nel suo vigore e nella sua linearità, ma vogliamo riferire anche l’opinione di un esperto conoscitore di lobbies e lobbying come Edward Luttwak, politologo ed analista militare americano, che trenta anni dopo questa affermazione la pensa diversamente.
Per Luttwak “gli ingredienti della lobby devono essere quelli della legalità e della trasparenza delle decisioni. La democrazia – continua – funziona quando gli abitanti divengono cittadini e proteggono i loro diritti rispettando i loro doveri. Man mano che ci si allontana da questa formula ottimale di democrazia, i cittadini si trasformano in sudditi, ignorando diritti e doveri e causando il malfunzionamento delle lobbies. Queste, poi, sono sempre esistite negli ordinamenti democratici - conclude Luttwak - perchè al loro interno è possibile la rappresentazione dei diversi interessi”.
Condividiamo le affermazioni di Edward Luttwak, perchè al pari suo riteniamo che le lobbies costituiscano espressione di democrazia all’interno di un dato sistema. Certo, è importante che l’attività di queste sia condotta da gruppi d’interesse diversi (come negli Stati Uniti), in grado di portare all’attenzione del decisore proposte diversificate, supportate da spiegazioni e chiarimenti capaci di arricchire ed agevolare il corso processuale delle decisioni e non di ostacolarlo o influenzarlo.
mercoledì 3 marzo 2010
Lobbies e corporazioni in Italia
Poco tempo fa, Francesco Giavazzi, docente di Economia Politica alla Bocconi e stimato editorialista del Corriere della Sera, come già fatto in un libello di successo, è tornato a parlare dell’Italia e dei rallentamenti cui è soggetta lungo la strada dello sviluppo. Per Giavazzi l’Italia è un “Paese in declino, grigio e prigioniero di se stesso; non premia il merito e preferisce la rendita al rischio dell’investimento. Al suo interno, le grandi Aziende invece di competere sui mercati si rifugiano in settori al riparo dalla concorrenza, mentre le corporazioni e gli ordini professionali sono arroccati in difesa dei propri privilegi. Quale, allora, la ricetta per cambiare direzione? Secondo Francesco Giavazzi “importante sarebbe riscoprire l’istituto della concorrenza” ed avvicinare le “due Italie presenti, formate da chi compete (e si impegna) e da chi è protetto (e guadagna)”. Giavazzi, poi, parla anche delle lobbies “che fanno il loro mestiere e che non provocherebbero danno a nessuno – visto che fanno solo i propri interessi – se nel sistema entro cui si muovono ci fossero concorrenza e regole chiare. Il problema è, quindi, introdurre più concorrenza e non solo regolamentare le lobbies”. Riprendiamo un esempio citato in passato da Giavazzi per descrivere la nostra Italia ingessata da privilegi e veti. Dice Giavazzi: “da noi un’aspirina costa il doppio che in Gran Bretagna, perché qui può essere acquistata solo in farmacia, a differenza di quanto avviene altrove; i farmacisti, in passato, hanno spiegato per settimane sui diversi media che sarebbe rischioso infatti lasciare liberi gli Italiani di comprare la quantità di aspirina che vogliono”.
Approviamo quanto detto da Giavazzi ed auspichiamo un intervento tempestivo ed efficace del legislatore, cosicché la distanza fra l’Italia e gli altri Paesi, soprattutto anglosassoni, possa essere almeno ristretta. Il sistema paese e soprattutto gli Italiani esprimerebbero riconoscenza!
venerdì 19 febbraio 2010
Un grande giorno ieri!
venerdì 12 febbraio 2010
Due diversi sistemi!
Alla guida di una qualsiasi società (intesa come comunità di persone, riunite non necessariamente in un medesimo luogo e che eseguono un ben individuato ufficio), sia essa impresa, partito politico, associazione categoriale, squadra o lega sportiva, deve essere collocata una persona integerrima, che possa impiegare la propria integrità per rappresentarne gli interessi all’esterno, ma anche per dirigerne i lavori e le professionalità all’interno.
In un recente post abbiamo parlato del Commissioner della Nba (Lega di basket professionistica americana), David Joel Stern, avvocato e rappresentante della lobby ebraica di New York, e della sua abilità professionale impastata di avvedutezza, competenza, antivisione di cose e scenari.
David J. Stern, ricopre l’ufficio di Commissioner Nba perchè sa far rispettare le semplici e chiare leggi che disciplinano e regolano i gangli dello sport più bello del mondo; è rispettato perchè per primo sa farsi rispettare; è temuto perchè non adotta metodologie vendicative ed odiose, ma si limita ad applicare i regolamenti; non è in discussione perchè non ama discutere; è democratico perchè governa un movimento internazionale servendosi di (persino pochi) principi liberi e liberali, conosciuti e sottoscritti da tutti i membri della “sua” comunità; è severo perchè lo sono tempi e persone; è da alcuni odiato perchè coerente e perchè non ama negoziare le sue decisioni.
Il caso. Nelle settimane scorse, Gilbert Arenas e Javaris Crittenton, compagni di squadra nei Wizards di Washington, team professionistico della Nba, hanno introdotto nello spogliatoio delle armi - alcuni giorni dopo una animata discussione -, ignorando tutti i regolamenti previsti.
Ebbene, dopo un attenta e dettagliata indagine è intervenuto David Stern che ha sospeso i due da ogni attività, sino alla conclusione del campionato Nba, privandoli, oltrettutto, anche dello stipendio. La società dei Wizards Washington ha approvato la decisione di Stern (Arenas dovrà comparire anche di fronte al tribunale del Distict of Columbia, perchè ha violato anche le sue leggi) e sta pensando alla rescissione dei contratti per i due; questi, capito la gravità del gesto compiuto, hanno accettato le decisioni prese e non hanno assolutamente criticato Stern.
Quindi, riassumendo: 1) vengono comminate delle sanzioni a due membri di una comunità, a seguito di loro gravi comportamenti; 2) la società che stipendia i due approva totalmente l’adozione di questi provvedimenti sanzionatori; 3) i destinatari delle sanzioni accettano le decisioni prese e non contestano assolutamente chi le ha adottate, 4) l’opinione pubblica approva, perchè il giudice – Stern -, come sempre, non ha minimamente temporeggiato o ammorbidito la pena inflitta.
Ci troviamo negli Stati Uniti!
Là l’ammirazione, la stima e la fiducia nei confronti di una persona maturano a seguito degli atti che compie e non delle parole che pronuncia; si usa ricordare questo nel sistema anglosassone. Possiamo, allora, ancora meravigliarci del prestigio di cui gode David Joel Stern, o di cui godono quelle persone che come Stern, sceglierebbero di dimettersi piuttosto che derogare alla propria integrità?
No, assolutamente!
Poi un qualsiasi lettore trova scritto sui nostri giornali, in questi giorni, che un calciatore è risultato positivo a due recentissimi controlli anti-doping e che la società che lo ha ingaggiato desidera solo proteggerlo e difenderlo per la sua condizione anagrafica di ragazzo e per il suo stato di umano incline a sbagliare (per ben tre volte, addirittura?), invocando coerentemente decisioni clementi (come al solito, si cerca di condizionare le scelte di un giudice, servendosi di parole ed atti che indirizzano gli atteggiamenti ed i comportamenti dell’opinione pubblica – in realtà, questa strategia viene impiegata anche negli Stati Uniti: si veda, al riguardo, il post “Amanda’s lobbying").
Ancora, sempre cronaca di questi giorni: un cantante che avrebbe dovuto partecipare ad una prossima gara canora dichiara l’assunzione quotidiana di droga; insorge la politica: cattivo maestro, indegno di partecipare alla gara canora pubblica; l’organizzazione della gara canora, con decisione: il cantante non può più essere ammesso. E’ ormai tutto deciso, quindi, irrevocabilmente. Tutti contenti, no? No! Perchè il cantante piange e prova ritrattare – aggiustandolo - l’outing; la politica ritorna sugli anatemi appena pronunciati, si commuove e dichiara di fare il tifo per la sua riammissione al concorso canoro; l’organizzazione della gara canora, spinta dalle opinioni buoniste diffuse nell’aria, ritorna sui suoi passi e condiziona la riammissione del cantante alla gara, alla sua decisione o meno di intraprendere un percorso riabilitativo (poi, però, non se fa più niente perchè il cantante si dichiara addirittura offeso; inoltre, alcuni suoi colleghi lo difendono e lo invitano a non partecipare!).
Tutto coerente da noi, no? Sì! Sembra la rappresentazione “buonista” del modello americano! Poi uno legge un giornale di sport americano in cui si parla di Stern e della vicenda di Arenas e Crittenton e si ferma a riflettere... interrogandosi!
giovedì 28 gennaio 2010
Nuova lobby Sky and Space
giovedì 14 gennaio 2010
Lobbying di Piccola Industria
Il nuovo Presidente della Piccola Industria di Confindustria è Vincenzo Boccia, campano, già Presidente del movimento dei Giovani Imprenditori e già vice di Giuseppe Morandini.
In un momento difficile come l’attuale, al nuovo Presidente spetterà un compito impegnativo, ma anche stimolante; tutte le persone che hanno avuto occasione di lavorare con lui sono assolutamente certe delle qualità, competenze e capacità che saprà impiegare a vantaggio della Piccola Industria.
Fra i diversi punti del programma di presidenza, Vincenzo Boccia ha illustrato quelle che saranno le aree su cui concentrerà con vigore l’azione dell’Associazione da lui guidata: Fisco (riduzione dell’IRAP), Credito (attenuazione dei vincoli di Basilea 2), Burocrazia (accelerare la semplificazione) e Formazione (avvicinamento dei giovani alle imprese, con il “servizio civile aziendale”, della durata di un mese).
Con una squadra di presidenza composta da nove membri preparati e con esperienza, siamo convinti che Vincenzo Boccia saprà portare avanti le istanze della Piccola Industria con la stessa energia impiegata dal suo predecessore Morandini.
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Confindustria e Fascismo, secondo una certa storiografia. Confindustria è stata accusata – soprattuto da alcuni storici , nel corso di alcuni convegni – di avere in qualche modo supportato il fascismo: Mussolini nomina, infatti, ministro del tesoro il Prof. De Stefani, economista liberale; il 2 ottobre 1925, inoltre, con il Patto Vidoni firmato tra Confindustria e i rappresentanti del regime fascista, vengono aboliti i sindacati dei lavoratori cattolici, socialisti o indipendenti; infine, nel 1926, scioperi e serrate vengono dichiarate fuori legge.
Non aggiungiamo altro a quanto appena esposto, lasciando polemiche e dispute storiche agli storici, appunto.
giovedì 7 gennaio 2010
domenica 20 dicembre 2009
Arrivederci a Gennaio
Buon Natale!
venerdì 4 dicembre 2009
Lobby o Partito politico?
Piccole lobbies....Partiti politici crescono!
A sinistra. Comunisti-Sinistra Popolare, con leader Marco Rizzo, non è, secondo le affermazini del suo fondatore, l’ennesimo partito comunista sulla scena politica italiana, ma una sorta di nuova lobby morale che ha come proprio simbolo la rappresentazione della falce e martello e che non vive di politica, ma che fa politica per costruire un grande movimento anticapitalista.
Marco Rizzo ha spiegato che il suo nuovo partito vuole diventare una sorta di lobby morale sui comportamenti e sulle azioni di lotta per riconquistare la fiducia della gente e rappresentarne le esigenze.
A destra. Gianfranco Miccichè, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al Cipe, è da tempo che va manifestando l’intenzione di dare vita ad un Partito del sud per bilanciare gli equilibri di un Governo fortemente “sbilanciato” a nord, ma anche per rappresentare gli interessi degli elettoridel sud: quasi come fosse una lobby di rappresentanza del Mezzogiorno e dei suoi abitanti.
Miccichè ha sostenuto che del nuovo Partito ci sarebbe bisogno principalmente a Roma e che quindi lavorerà per le prossime elezioni politiche; intanto, però, qualcosa di molto concreto va muovendosi in Sicilia, sua terra d’elezione, in seno all'Assemblea regionale.
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Che i Partiti politici, mediatori tra lo Stato e i cittadini e con la insostituibile funzione di controllo dei governati sui governanti, abbiano intenzione di cambiare la propria denominazione e mission in un futuro vicino?
martedì 24 novembre 2009
Il prossimo rappresentante dei Piccoli Industriali
venerdì 20 novembre 2009
La lobby del calcio
Maurizio Beretta è stato nominato Presidente della Lega Calcio italiana dai rappresentanti dei club di serie A B, nel corso dell'assemblea generale straordinaria riunitasi lo scorso 25 Agosto.
Maurizio Beretta succede al commissario straordinario Giancarlo Abete, che ha guidato
A rappresentare gli interessi del nostro calcio sarà, quindi, un professionista autorevole, competente, di prestigio, già Direttore Generale di Confindustria e, prima ancora, responsabile delle relazioni istituzionali di Fiat.
Maurizio Beretta, intervistato recentemente da un giornalista sul significato e sul valore della sua professione di rappresentante di interessi, ha così risposto: “oggi fare lobbying significa svolgere questa attività su più livelli: locale, nazionale, europeo e, in molti casi, anche mondiale, se si tiene conto del fenomeno della globalizzazione dell’economia. Per me lobbying è la capacità di presentare interessi costituiti in maniera trasparente e riuscire a coniugare questi interessi con quelli di carattere generale, in modo che i decisori possano tenerli nella dovuta considerazione. Compito del lobbista è, quindi, innescare questo circuito virtuoso”.
(Torneremo a parlare di Maurizio Beretta in un prossimo post, centrato completamente sulla sua persona e sulla sua attività di lobbista).
venerdì 6 novembre 2009
Lobbying culturale
L’organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, UNESCO, attraverso il trattato internazionale noto come Convenzione sulla protezione del Patrimonio Mondiale, Culturale e Naturale dell’Umanità, adottato nel 1972, riconosce come Patrimoni, Siti che per specificati e fissati valori costituiscono preziosa eredità a beneficio di tutti noi e, soprattutto, delle generazioni future.
Insostituibili testimonianze di un passato giunto sino ai nostri giorni, moltissimi siti, monumenti e luoghi dovrebbero incentivare la partecipazione di ognuno di noi ad iniziative, azioni e proposte finalizzate alla loro tutela, alla loro valorizzazione ed alla loro protezione.
Sappiamo che azioni in questa direzione - che non si configurano come attività di lobbying vere e proprie, anche se per percorsi e metodologie applicative appaiono del tutto similari - sono state avviate serie e numerose.
Parliamo, fra le tante, di quelle intraprese a vantaggio della città di Ancona, affinchè questa possa essere inserita nella Lista dei Siti del Patrimonio Mondiale, Culturale dell’Umanità tutelato dall’UNESCO.
Riferimento del Medio-Adriatico per il suo ruolo economico, ma anche per sua la millenaria storia, la scenografica bellezza, il nucleo abitativo all’interno del quale si distribuiscono i più significativi monumenti, le sue strette ed irte vie, il suo Duomo affacciato sul mare, il suo Porto, candidare l’intera città a Patrimonio Culturale e Naturale dell’umanità, nasce, siamo convinti, dal desiderio di vedere riconosciuta la rappresentazione dell’arte che la caratterizza architettonicamente, come qualità da proteggere e preservare come testimonianza di una municipalità originalissima ed inimitabile.
Candidare la città di Ancona a Patrimonio Culturale significa, anche, riconoscere e premiare il suo millenarismo fuso di arte e storia, che compare nelle suggestive cornici ricordate, ma che rischia di disperdersi in rivoli di disinteresse, incuria, assuefazione, apatia.
Nel corso dei prossimi mesi, daremo sicuramente conto dell’esito del percorso di avvicinamento di Ancona a Sito da inserire nella lista del Patrimonio Mondiale e Culturale dell’Umanità tutelato dall’UNESCO.
Ora, però desideriamo parlare anche dello stato dei Beni Culturali nel nostro Paese.
Il Patrimonio Culturale e Naturale Mondiale risulta costantemente minacciato dal degrado, dall’incuria, dall’erogazione di misure economiche insufficienti ed inadeguate per la sua opportuna valorizzazione; prevederne una forma di salvaguardia e difesa significherebbe conservare un bene la cui sparizione originerebbe un depauperamento per l’intera umanità e non solo per la popolazione presso cui il Sito insisteva.
Parlare di tutela e valorizzazione dei Beni Culturali nel nostro Paese (ma sarebbe così da ogni altra parte, oggi), però, potrebbe sembrare fuori luogo, in un momento come l’attuale, di severa ed assai grave congiuntura economica mondiale.
Potrebbe apparire come sconsigliato abbandono di tutti quegli sforzi riuniti in una solida coralità e finalizzati al superamento della tempesta economica in atto.
Sfiducia, scetticismo, inquietudine, preoccupazione, che stanno attraversando in maniera ubiquista l’Italia di questi mesi, richiedono sì, sforzi per giungere a soluzioni efficaci, e sì, progetti in grado di restituire la serenità trascorsa ed oggi perduta, ma impongono anche di non procedere trascurando qualcosa o lasciando qualcos’altro indietro; valorizzare i nostri Beni Culturali significa far acquistare valore a quel complesso di opere che da sempre costituisce una componente di gran conto - attraverso il turismo - della economia italiana, del suo consolidamento e perfino della sua crescita.
In questo periodo pregno di difficoltà saper scegliere e riuscire a prevedere gli effetti di certi provvedimenti è cruciale; esistono delle aree di criticità nei confronti delle quali intervenire, ma un decisionismo miope e settoriale che pianifichi ed attui misure tampone dimenticando tutto il resto non può che risultare sterile e fuori tempo.
Oggi si tende a riservare importanza a tutto ciò che si stima possa essere in grado di generare profitto o rilanciare l’economia; da qui nasce tutta quella serie di iniziative governative a sostegno di ben determinati settori e specificate categorie, che contiene quel vulnus, inaccettabile per tutti, di praticare considerevoli tagli di spesa a danno del settore della Cultura e dei Beni Culturali e paesaggistici.
Se tutto questo avviene atavicamente in ogni parte del mondo e principalmente nei momenti di crisi, nel nostro Paese, data la ricchezza storico-paesaggistica presente, non può essere tollerato.
Proviamo a considerare quello storico-culturale italiano davvero come un Patrimonio.
martedì 27 ottobre 2009
Roma 24 ottobre, II edizione della Marcia Internazionale per la Libertà
venerdì 9 ottobre 2009
David Joel Stern - Nba Commissioner
David Joel Stern, avvocato americano rappresentante della lobby ebraica newyorkese, è il commissioner della Nba, la Lega americana di basket professionistico più conosciuta al mondo. Amministra e guida da quasi un trentennio la Nba, ma ne rappresenta soprattutto gli interessi presso Istituzioni americane (recenti e continuati sono stati i suoi incontri con i diversi rappresentanti del Governo nazionale, atti a sollecitare, in tempi di crisi, sovvenzioni al movimento cestistico di oltreoceano), Istituzioni straniere, rappresentanti di altre Leghe di basket e sport diffusi in tutto il mondo. Sotto la sua presidenza è stata originata una specie di diplomazia cestistica, nel senso che lo sport è divenuto strumento e veicolo per avvicinare popoli, mostrare a tutti questo sport e le sue caratterizzazioni uniche, far conoscere ovunque gli Stati Uniti (moltissimi identificano la Nba con gli Usa e questi ultimi con la Nba). In fondo, la Nba rappresenta in scala minore quella che è la società americana, con la sua multi-razzialità, la possibilità di emergere, un carrierismo mai egoista e dei riconoscimenti riservati a chi eccelle. Anche nel basket americano è centrale e caratterizzante la figura del self-made-man, cioè della persona che partendo da livelli sociali/economici molto bassi riesce ad ascendere tutte le “categorie sociali” ed arrivare ai vertici. In questo contesto che garantisce a tutti opportunità di emergere, David Stern è riuscito ad innestare, con pragmatismo e perseveranza, innovazioni che integrano e bilanciano perfettamente le regole rimaste immutate, che governano e dirigono da anni il basket usa: ha incrementato il merchandising e veicolato il marchio del basket professionistico americano in tutti i Paesi extra-Usa (oltre ad averlo fatto internamente, portando a 30 le squadre del campionato e le cui partite sono tramesse da Abc, Espn e Tnt), ha aperto uffici della lega in tutto il mondo (l’ultimo a Milano), ma soprattutto ha imposto regole durissime ai propri associati: i giocatori. Prendiamo ad esempio il nostro sport nazionale, il calcio cioè; ebbene, ai suoi protagonisti, i calciatori, è concesso tutto: indisciplina dentro e fuori (soprattutto) i campi da calcio; revoca di sanzioni esemplari appena comminate; condotte caratterizzate da scarsa deontologia e professionalità.... Nell’Nba tutto questo non avviene; David Stern, partendo dalla considerazione che i propri associati siano dei privilegiati e che compito di una Lega sportiva consista nel mantenere il suo prestigio anche attraverso una condotta specchiata dei suoi componenti, ha imposto a questi regole durissime, da alcuni definite addirittura tiranniche: abbigliamento uniforme ed indossato impeccabilmente (al bando ogni maglia fuori dai pantaloni), condotte sportive da educande (prima l’uomo e poi il giocatore), sanzioni pecuniarie pesanti per chi commette infrazioni o ignora le regole chiare e conosciute, sospensioni prolungate per i casi di condotte antisportive (ne sa qualcosa, ad esempio, il recidivo Vince Carter, o, ancora, Alexander Johnson dei Miami Heat, che nel corso della partita della sua squadra contro I Raptors di Toronto, in una fase di gioco ha spezzato, involontariamente, tre denti al suo avversario e nostro connazionale Andrea Bargnani: Johnson è stato squalificato per oltre tre mesi ). Per Stern non si può veicolare un prodotto (in questo caso la Nba) mondialmente, se questo non si conforma a regole chiare e riconosciute, che possano regorarlo e governarlo; la Nba è il sogno di milioni di ragazzini, come si potrebbe tollerare che questo sogno sia turbato dalla condotta irregolare di pochi? David Stern, inoltre, come detto, ha dilatato incredibilmente i confini della sport più conosciuto al mondo: dall’Europa (Italia particolarmente, con ben tre nostri giocatori), all’Africa, dai Balcani (fucina dei migliori giocatori al mondo: Petrovic, Dalipagic, Divac, Danilovic su tutti), all’Australia ed alla Cina. In quest’ultimo paese, in particolare, si è esercitata ed espressa al meglio l’incredibile capacità diplomatica di David Stern: ha creato le condizioni affinchè in una compagine americana, Houston, potesse giocare un rappresentante della crescente e potentissima nazione asiatica; con l’inserimento di Yao Ming nella Nba, Stern ha creato anche un collegamento sportivo fra gli Usa e la Cina (anticipando, o affiancando il crescendo di rapporti fra i due Governi) ed ha offerto un tangibile riconoscimento del peso incredibile che questo Paese va assumendo nel consesso mondiale e nei bilanciamenti diplomatici conseguenti. Doti sportive e geopolitiche, quindi. Stern, inoltre, ha pronosticato l’ingresso nella Nba, nei prossimi anni, di una squadra tutta europea. Chissa! Tutti noi sappiamo che dal suo ufficio al 19 ° piano dell’Olympic Tower di New york, oltre a dirigere la “sua” straordinaria macchina da spettacolo (e da soldi), starà sicuramente pianificando qualcosa che consenta all’Nba di stare sempre più al passo con i tempi. Come negli ultimi trent’anni in cui Stern l’ha guidata.