In questi ultimi tre mesi molti sono stati gli accadimenti internazionali di cui siamo venuti a conoscenza tramite i mezzi di informazione. Eccone elencati alcuni: l’esistenza di una diplomazia USA parallela a quella ufficiale, fatta di dispacci ufficiosi ed indiscrezioni; le tragiche vicende politico-rivoluzionarie degli Stati a sud del Mediterraneo, per le cui Popolazioni facciamo tutti il tifo; la guerra in Libia; l’evento sismico in Giappone ed il successivo allarme nucleare mondiale; l’uccisione di Osama Bin Laden, da parte delle truppe speciali americane in Pakistan. Mettendo da parte le spassose (se non fossero sciagurate, è chiaro) vicende italian-domestiche, esagerate mediaticamente dall’approssimarsi degli impegni elettorali amministrativi del fine settimana, pare opportuno soffermarsi brevemente ad analizzare la vicenda della morte del terrorista Bin Laden in Pakistan, per mano dei militari USA. Personalmente, avrei preferito parlare più della cattura di Bin Laden, piuttosto che della sua uccisione, innanzitutto perché la prima costituiva la ragione della guerra portata in Afghanistan da una coalizione internazionale a seguito degli eventi terroristici del 2001, poi, perché la sua uccisione che sarebbe dovuta essere una fra le scelte possibili è diventata senza esitazioni l’unica opzione praticabile e di fatto praticata.
Dicono molti osservatori internazionali: si è preferita la vendetta alla giustizia; la vera giustizia era la vendetta; la vendetta è stata la giusta scelta.
Aggiungono altri: avrebbe meritato, il terrorista, un processo regolare davanti ad una corte di giustizia internazionale; gli Usa hanno riservato a Bin Laden una pena corrispondente a quella esercitata da lui stesso, dieci anni prima; gli Stati Uniti si sono spinti più avanti, rispetto a quanto avrebbero dovuto.
Sottolineano, infine, maliziosamente, altri ancora: ma possibile che dopo dieci anni di guerra in Afghanistan, migliaia di morti fra civili e militari, ricerche del terrorista estese ai più diversi e stravaganti siti (montagne, gallerie scavate nella roccia..), operazioni di guerra condotte da militari plurititolati, si scopre che questi risiede indisturbato in un Paese confinante, da ormai sei anni e in una abitazione niente affatto fortezza?
Premettendo che Bin Laden ha rappresentato ed esercitato in vita il male assoluto, che un mondo senza Bin Laden è un mondo più sicuro e libero, insieme a tanti altri mi domando preoccupato se la lex talionis non fosse in uso solo presso i popoli antichi (leggi: incivili)!
lunedì 9 maggio 2011
Affari esteri
mercoledì 23 febbraio 2011
A ferro e fuoco
E’ molto difficile parlare in queste giornate così grevi di qualcosa d’altro. Non vogliamo nemmeno provare a farlo. L’Africa Mediterranea sta bruciando. I popoli rivieraschi a sud del Mediterraneo si ribellano ad anni di soperchierie di stato, multinazionali o forestiere. Gli incendi, le devastazioni, le grida, le violenze, la repressione e lo sterminio: abbiamo visto tutto, anche dove la censura non ha potuto.
I nostri occhi sono ebbri di dolore e sofferenza, le nostre menti stordite e confuse dagli eventi, i nostri corpi sono inermi ed inerti di fronte alla grande causa africana. Vorremmo intervenire, vorremmo partecipare, vorremmo concorrere anche noi a scrivere la storia della genuina democrazia nei Grandi Paesi a sud dell’Italia. Non possiamo che essere spettatori, però.
Non possiamo altro che assistere alla violenza di stato, esercitata nei confronti di chi vuol far prevalere un semplice principio democratico e molto occidentale, secondo cui, attraverso l’istituto della rappresentanza, compete al popolo scegliere i propri governanti. Continueremo a seguire gli eventi drammatici in Libia, Egitto, Tunisia, Marocco, trasformando le grida di dolore dei coraggiosi manifestanti nella nostra sdegnata collera verso chi continua a reprimere la libertà dei Popoli.
giovedì 4 novembre 2010
(E)lezioni americane
Alla conclusione delle elezioni mid term che si tengono a metà mandato presidenziale, Barack Obama è riuscito a mantenere la maggioranza al Senato, perdendo però quella alla Camera. Osservatori e notisti politici affermano che il risultato elettorale sia la diretta conseguenza della insoddisfazione della gente, esasperata anche dalla profonda crisi economica e sociale degli ultimi due anni. Non vogliamo commentare il dato elettorale emerso e ciò che da questo è conseguito; ci limitiamo, semplicemente, ad illustrare la reazione del Presidente e nell’immediato periodo post-elettorale e a distanza di pochi giorni. Obama ha subito riconosciuto la sconfitta e dichiarato prontamente di assumersi le responsabilità per l’insuccesso, non ha nascosto la delusione, ma ha indagato le ragioni della vittoria repubblicana, chiarendone possibili cause (“un’economia troppo lenta a ripartire e che non crea abbastanza posti di lavoro”; “non aver fatto i progressi che avevamo bisogno di fare”). Ha continuato dicendo di essere pronto a lavorare con i Repubblicani e che nei prossimi due anni sarà suo proponimento quello di estendere i tagli delle tasse al ceto medio e alle imprese. Obama ha concesso agli avversari, ma ha parallelamente voluto rimarcare una vittoria del suo Governo (con l’approvazione della riforma sanitaria) e fissare dei paletti alle velleità di John Boehner, nuovo speaker repubblicano della Camera, quando ha affermato che “nessun partito può dettare l’agenda dei lavori”. Il Presidente ha chiuso il suo giro di commenti anche con una battuta - non e' che raccomando ai futuri presidenti di prendere la batosta che ho preso la notte scorsa, ci sono modi più facili di imparare la lezione -, stemperando così i toni aspri della trascorsa campagna elettorale e del suo risultato. Insomma, onestà, schiettezza, rettitudine, responsabilità, ma anche pragmatismo, orgoglio ed ironia: politici italiani, prendete appunti da oltreoceano!
venerdì 25 giugno 2010
Ancora Usa - Italia
Succede in America. Il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, rimuove dall’incarico il responsabile delle forze armate Usa e Nato schierate in Afghanistan, generale Stanley McChrystal, perché in una intervista aveva parlato delle debolezze dell’Amministrazione americana nella gestione delle attività di guerra, nell’area. Le conseguenze? Semplici e lineari: mandato affidato all’esperto generale Petraeus e polemiche ridotte al minimo. Il soldato, che aveva dapprima azzardato una improbabile difesa, ha accettato professionalmente la decisione forte del Presidente; verrebbe da dire da vero militare, da soggetto abituato, cioè, a sopportare le glorie e le insidie dei campi di guerre, ma anche gli effetti delle decisioni maturate nelle stanze del potere. Sì, negli Stati Uniti l’esecutore di importanti incarichi può contestare il suo capo affidatario; questi, però, può decidere a sua volta di rimuoverlo con atto imperioso, ma democratico per le critiche esternate, se queste risultano infondate o pretestuose e senza che alcuno ne contesti legittimità o autorità.
“Siamo in guerra, non dimentichiamocelo”, ha spiegato Obama riferendosi all’episodio.
Siamo in America, non dimentichiamocelo, potremmo aggiungere noi, una terra in cui il decisionismo e la responsabilità abitano i luoghi e sono declinazioni tangibili della democrazia di cui è estesamente impregnata.
Succede in Italia, all’incirca nei medesimi momenti. Lasciamo da parte la vicenda americana che da noi avrebbe mutato i suoi contorni, convertendosi nella consueta penosa sceneggiata (tipo, attraverso i diversi passaggi: un generale denuncia una situazione di disagio; la sua condotta è sottoposta a censura; viene licenziato; diventa un martire pubblico protetto dall’opposizione politica; l’opinione pubblica si spacca; sarà candidato alle prossime elezioni come capolista di un partito d’opposizione; la stampa nazionale titolerà per settimane sul caso; se ne parlerà all’estero; tirannica sarà classificata la decisione di rimuoverlo) e parliamo di quanto accaduto ieri, in Italia, quando l’intera popolazione si è fermata per assistere alla partita di calcio – persa poi pesantemente - fra la nostra nazionale e la Slovacchia, nel torneo mondiale sudafricano. Osserviamo, fra le numerose, alcune semplici cose: 1) in Italia troviamo coesione nazionale (bandiere tricolori, inno, aggregazione..) solo nei momenti di evasione o svago, mai in quelli importanti, seri e decisivi; questo rattrista dolorosamente e deve indurci a severa riflessione; 2) solo noi Italiani, sino ad oggi, abbiamo creduto che il nostro calcio si fosse sviluppato, mentre gli altri movimenti calcistici mondiali stavano ancora rincorrendoci; al riguardo, ricordiamo che la mondializzazione non ha travolto e trascinato semplicemente le economie mondiali, ma tutto, indistintamente, calcio compreso; 3) criticare – doverosamente - la protervia dei nostri calciatori, la loro inabilità, il loro ego smisurato, la loro gigantesca inconcludenza presuppone biasimare anche noi stessi, visto che anche noi abbiamo colpevolmente contribuito a costruire tutto questo, negli anni, attraverso la copertura di loro comportamenti inaccettabili e con l’approvazione verso gesti, modi di fare e modi di agire inqualificabili, messi in atto dagli “eroi” di ieri pomeriggio; l’esultanza di un giocatore, ad esempio, dopo un goal? Non c’è più spontaneità nemmeno lì, nel nostro campionato, perché il calciatore prepara la scena prima, per la gioia degli sponsor e di noi tifosi che continuiamo a manifestare divertimento; 4) non può essere consentito che la squadra vincitrice del campionato, della Champions League e della Coppa nazionale, l’Inter, non assicuri un serbatoio di risorse ed energie alla nazionale, perché composta da soli stranieri; non lo possiamo permettere e non ce lo possiamo più permettere; 5) è giusto pretendere le dimissioni dei vertici del nostro calcio, perché chi continua a governarlo, ad oggi, lo ha demolito e mandato in rovina; è troppo facile mr. Lippi assumersi le responsabilità della disfatta di ieri, per evitare domande scomode e quando si è alla conclusione del proprio contratto; è troppo semplice, infine, Governo del Calcio italiano mandare avanti mr. Lippi, che non può più essere “processato” a causa delle ragioni appena esposte; e le vostre responsabilità? 6) rivolto ai calciatori: basta con le vostre compagne sui giornali, con il vostro cuoco in tv, con i vostri tatuaggi arabescati, con la coltre di gel a coprire il vostro nulla, con il cellulare appeso al collo, con la borsa indossata a bandoliera. Siate seri, professionali e prendete coscienza di una condizione che non può più essere sopportata da voi stessi, in primis, ma anche da noi tifosi che nelle manifestazioni internazionali vi deleghiamo la rappresentanza. Vedete, calciatori italiani, protagonisti della disfatta di ieri, per vostra responsabilità l’esperienza sudafricana sarà ricordata per decenni e non solo nella letteratura calcistica – un po’ come per la Corea – come la peggiore e sventurata capitata alla nostra nazionale e come esempio di “disfatta modello”, da non ripetere assolutamente non solo nel calcio, ma in ogni situazione. Poi, sappiamo tutti come funziona da noi: l’evento si idealizzerà nel luogo e noi Italiani assoceremo al Sudafrica il peggiore e luttuoso ricordo. Tutto questo non lo merita uno stato certamente difficile, con una storia complicata, ma in movimento e con un programma per il futuro assennato ed ambizioso. Tutto questo non lo meritano, soprattutto, persone che in nome degli ideali di libertà di un intero popolo hanno rinunciato a tutto: ovviamente, ci riferiamo a Nelson Mandela, primo Presidente nero del Sudafrica dopo la fine dell'apartheid e Premio Nobel per la Pace e a quanti sono stati accanto a lui, nel corso della sua lunga battaglia, condotta per la libertà e la democrazia, contro razzismo ed intolleranza.
Calciatori italiani, protagonisti della disfatta di ieri, oltre che a noi, avete l’obbligo di chiedere scusa anche a lui!
venerdì 19 marzo 2010
Lobby e Lobbying: opinioni a confronto
Scriveva Steven Rosen, Direttore dell’Ufficio Affari esteri del Comitato Israelo-Statunitense di Affari Pubblici, in una nota personale del 1982: “Una lobby è come un fiore notturno. Fiorisce nell’oscurità e muore al sole”! L’argomentazione di Rosen appare netta e semplice nel suo vigore e nella sua linearità, ma vogliamo riferire anche l’opinione di un esperto conoscitore di lobbies e lobbying come Edward Luttwak, politologo ed analista militare americano, che trenta anni dopo questa affermazione la pensa diversamente.
Per Luttwak “gli ingredienti della lobby devono essere quelli della legalità e della trasparenza delle decisioni. La democrazia – continua – funziona quando gli abitanti divengono cittadini e proteggono i loro diritti rispettando i loro doveri. Man mano che ci si allontana da questa formula ottimale di democrazia, i cittadini si trasformano in sudditi, ignorando diritti e doveri e causando il malfunzionamento delle lobbies. Queste, poi, sono sempre esistite negli ordinamenti democratici - conclude Luttwak - perchè al loro interno è possibile la rappresentazione dei diversi interessi”.
Condividiamo le affermazioni di Edward Luttwak, perchè al pari suo riteniamo che le lobbies costituiscano espressione di democrazia all’interno di un dato sistema. Certo, è importante che l’attività di queste sia condotta da gruppi d’interesse diversi (come negli Stati Uniti), in grado di portare all’attenzione del decisore proposte diversificate, supportate da spiegazioni e chiarimenti capaci di arricchire ed agevolare il corso processuale delle decisioni e non di ostacolarlo o influenzarlo.
venerdì 19 febbraio 2010
Un grande giorno ieri!
venerdì 12 febbraio 2010
Due diversi sistemi!
Alla guida di una qualsiasi società (intesa come comunità di persone, riunite non necessariamente in un medesimo luogo e che eseguono un ben individuato ufficio), sia essa impresa, partito politico, associazione categoriale, squadra o lega sportiva, deve essere collocata una persona integerrima, che possa impiegare la propria integrità per rappresentarne gli interessi all’esterno, ma anche per dirigerne i lavori e le professionalità all’interno.
In un recente post abbiamo parlato del Commissioner della Nba (Lega di basket professionistica americana), David Joel Stern, avvocato e rappresentante della lobby ebraica di New York, e della sua abilità professionale impastata di avvedutezza, competenza, antivisione di cose e scenari.
David J. Stern, ricopre l’ufficio di Commissioner Nba perchè sa far rispettare le semplici e chiare leggi che disciplinano e regolano i gangli dello sport più bello del mondo; è rispettato perchè per primo sa farsi rispettare; è temuto perchè non adotta metodologie vendicative ed odiose, ma si limita ad applicare i regolamenti; non è in discussione perchè non ama discutere; è democratico perchè governa un movimento internazionale servendosi di (persino pochi) principi liberi e liberali, conosciuti e sottoscritti da tutti i membri della “sua” comunità; è severo perchè lo sono tempi e persone; è da alcuni odiato perchè coerente e perchè non ama negoziare le sue decisioni.
Il caso. Nelle settimane scorse, Gilbert Arenas e Javaris Crittenton, compagni di squadra nei Wizards di Washington, team professionistico della Nba, hanno introdotto nello spogliatoio delle armi - alcuni giorni dopo una animata discussione -, ignorando tutti i regolamenti previsti.
Ebbene, dopo un attenta e dettagliata indagine è intervenuto David Stern che ha sospeso i due da ogni attività, sino alla conclusione del campionato Nba, privandoli, oltrettutto, anche dello stipendio. La società dei Wizards Washington ha approvato la decisione di Stern (Arenas dovrà comparire anche di fronte al tribunale del Distict of Columbia, perchè ha violato anche le sue leggi) e sta pensando alla rescissione dei contratti per i due; questi, capito la gravità del gesto compiuto, hanno accettato le decisioni prese e non hanno assolutamente criticato Stern.
Quindi, riassumendo: 1) vengono comminate delle sanzioni a due membri di una comunità, a seguito di loro gravi comportamenti; 2) la società che stipendia i due approva totalmente l’adozione di questi provvedimenti sanzionatori; 3) i destinatari delle sanzioni accettano le decisioni prese e non contestano assolutamente chi le ha adottate, 4) l’opinione pubblica approva, perchè il giudice – Stern -, come sempre, non ha minimamente temporeggiato o ammorbidito la pena inflitta.
Ci troviamo negli Stati Uniti!
Là l’ammirazione, la stima e la fiducia nei confronti di una persona maturano a seguito degli atti che compie e non delle parole che pronuncia; si usa ricordare questo nel sistema anglosassone. Possiamo, allora, ancora meravigliarci del prestigio di cui gode David Joel Stern, o di cui godono quelle persone che come Stern, sceglierebbero di dimettersi piuttosto che derogare alla propria integrità?
No, assolutamente!
Poi un qualsiasi lettore trova scritto sui nostri giornali, in questi giorni, che un calciatore è risultato positivo a due recentissimi controlli anti-doping e che la società che lo ha ingaggiato desidera solo proteggerlo e difenderlo per la sua condizione anagrafica di ragazzo e per il suo stato di umano incline a sbagliare (per ben tre volte, addirittura?), invocando coerentemente decisioni clementi (come al solito, si cerca di condizionare le scelte di un giudice, servendosi di parole ed atti che indirizzano gli atteggiamenti ed i comportamenti dell’opinione pubblica – in realtà, questa strategia viene impiegata anche negli Stati Uniti: si veda, al riguardo, il post “Amanda’s lobbying").
Ancora, sempre cronaca di questi giorni: un cantante che avrebbe dovuto partecipare ad una prossima gara canora dichiara l’assunzione quotidiana di droga; insorge la politica: cattivo maestro, indegno di partecipare alla gara canora pubblica; l’organizzazione della gara canora, con decisione: il cantante non può più essere ammesso. E’ ormai tutto deciso, quindi, irrevocabilmente. Tutti contenti, no? No! Perchè il cantante piange e prova ritrattare – aggiustandolo - l’outing; la politica ritorna sugli anatemi appena pronunciati, si commuove e dichiara di fare il tifo per la sua riammissione al concorso canoro; l’organizzazione della gara canora, spinta dalle opinioni buoniste diffuse nell’aria, ritorna sui suoi passi e condiziona la riammissione del cantante alla gara, alla sua decisione o meno di intraprendere un percorso riabilitativo (poi, però, non se fa più niente perchè il cantante si dichiara addirittura offeso; inoltre, alcuni suoi colleghi lo difendono e lo invitano a non partecipare!).
Tutto coerente da noi, no? Sì! Sembra la rappresentazione “buonista” del modello americano! Poi uno legge un giornale di sport americano in cui si parla di Stern e della vicenda di Arenas e Crittenton e si ferma a riflettere... interrogandosi!
venerdì 9 ottobre 2009
David Joel Stern - Nba Commissioner
David Joel Stern, avvocato americano rappresentante della lobby ebraica newyorkese, è il commissioner della Nba, la Lega americana di basket professionistico più conosciuta al mondo. Amministra e guida da quasi un trentennio la Nba, ma ne rappresenta soprattutto gli interessi presso Istituzioni americane (recenti e continuati sono stati i suoi incontri con i diversi rappresentanti del Governo nazionale, atti a sollecitare, in tempi di crisi, sovvenzioni al movimento cestistico di oltreoceano), Istituzioni straniere, rappresentanti di altre Leghe di basket e sport diffusi in tutto il mondo. Sotto la sua presidenza è stata originata una specie di diplomazia cestistica, nel senso che lo sport è divenuto strumento e veicolo per avvicinare popoli, mostrare a tutti questo sport e le sue caratterizzazioni uniche, far conoscere ovunque gli Stati Uniti (moltissimi identificano la Nba con gli Usa e questi ultimi con la Nba). In fondo, la Nba rappresenta in scala minore quella che è la società americana, con la sua multi-razzialità, la possibilità di emergere, un carrierismo mai egoista e dei riconoscimenti riservati a chi eccelle. Anche nel basket americano è centrale e caratterizzante la figura del self-made-man, cioè della persona che partendo da livelli sociali/economici molto bassi riesce ad ascendere tutte le “categorie sociali” ed arrivare ai vertici. In questo contesto che garantisce a tutti opportunità di emergere, David Stern è riuscito ad innestare, con pragmatismo e perseveranza, innovazioni che integrano e bilanciano perfettamente le regole rimaste immutate, che governano e dirigono da anni il basket usa: ha incrementato il merchandising e veicolato il marchio del basket professionistico americano in tutti i Paesi extra-Usa (oltre ad averlo fatto internamente, portando a 30 le squadre del campionato e le cui partite sono tramesse da Abc, Espn e Tnt), ha aperto uffici della lega in tutto il mondo (l’ultimo a Milano), ma soprattutto ha imposto regole durissime ai propri associati: i giocatori. Prendiamo ad esempio il nostro sport nazionale, il calcio cioè; ebbene, ai suoi protagonisti, i calciatori, è concesso tutto: indisciplina dentro e fuori (soprattutto) i campi da calcio; revoca di sanzioni esemplari appena comminate; condotte caratterizzate da scarsa deontologia e professionalità.... Nell’Nba tutto questo non avviene; David Stern, partendo dalla considerazione che i propri associati siano dei privilegiati e che compito di una Lega sportiva consista nel mantenere il suo prestigio anche attraverso una condotta specchiata dei suoi componenti, ha imposto a questi regole durissime, da alcuni definite addirittura tiranniche: abbigliamento uniforme ed indossato impeccabilmente (al bando ogni maglia fuori dai pantaloni), condotte sportive da educande (prima l’uomo e poi il giocatore), sanzioni pecuniarie pesanti per chi commette infrazioni o ignora le regole chiare e conosciute, sospensioni prolungate per i casi di condotte antisportive (ne sa qualcosa, ad esempio, il recidivo Vince Carter, o, ancora, Alexander Johnson dei Miami Heat, che nel corso della partita della sua squadra contro I Raptors di Toronto, in una fase di gioco ha spezzato, involontariamente, tre denti al suo avversario e nostro connazionale Andrea Bargnani: Johnson è stato squalificato per oltre tre mesi ). Per Stern non si può veicolare un prodotto (in questo caso la Nba) mondialmente, se questo non si conforma a regole chiare e riconosciute, che possano regorarlo e governarlo; la Nba è il sogno di milioni di ragazzini, come si potrebbe tollerare che questo sogno sia turbato dalla condotta irregolare di pochi? David Stern, inoltre, come detto, ha dilatato incredibilmente i confini della sport più conosciuto al mondo: dall’Europa (Italia particolarmente, con ben tre nostri giocatori), all’Africa, dai Balcani (fucina dei migliori giocatori al mondo: Petrovic, Dalipagic, Divac, Danilovic su tutti), all’Australia ed alla Cina. In quest’ultimo paese, in particolare, si è esercitata ed espressa al meglio l’incredibile capacità diplomatica di David Stern: ha creato le condizioni affinchè in una compagine americana, Houston, potesse giocare un rappresentante della crescente e potentissima nazione asiatica; con l’inserimento di Yao Ming nella Nba, Stern ha creato anche un collegamento sportivo fra gli Usa e la Cina (anticipando, o affiancando il crescendo di rapporti fra i due Governi) ed ha offerto un tangibile riconoscimento del peso incredibile che questo Paese va assumendo nel consesso mondiale e nei bilanciamenti diplomatici conseguenti. Doti sportive e geopolitiche, quindi. Stern, inoltre, ha pronosticato l’ingresso nella Nba, nei prossimi anni, di una squadra tutta europea. Chissa! Tutti noi sappiamo che dal suo ufficio al 19 ° piano dell’Olympic Tower di New york, oltre a dirigere la “sua” straordinaria macchina da spettacolo (e da soldi), starà sicuramente pianificando qualcosa che consenta all’Nba di stare sempre più al passo con i tempi. Come negli ultimi trent’anni in cui Stern l’ha guidata.
sabato 29 agosto 2009
La lobby dei sopravvisuti agli squali
Una nuova lobby si è formata in America e come primo atto ha reso testimonianza addirittura davanti al Congresso Usa: è quella dei sopravvissuti agli attacchi degli squali.
Chuck Anderson, Al Brenneka, Mike deGruy, Debbie Salamone insieme ad altri "reduci" si sono riuniti, in quella che il Washington Post ha definito come "nuovissima e bizzarra lobby", per invocare, al cospetto dei legislatori, misure restrittive contro la pesca indiscriminata allo squalo o, meglio, contro il suo feroce depinnamento, praticato soprattutto in diversi paesi dell'Asia per tradizionali quanto barbare abitudini alimentari (zuppa di pinne).
Insomma, una lobby formata per scongiurare l'estinzione della specie del massimo predatore del mare, che parte dall'assunto-slogan della coraggiosa iniziativa, ripetuto dai suoi componenti: "se persino noi, che ancora oggi portiamo i segni indelebili dell'incontro con lo squalo, combattiamo per garantirgli protezione e tutela, tutti quanti, allora, hanno il dovere di fare la stessa cosa". Come dire: protezione che nasce dall'ammirazione nei confronti di un animale affascinante e misterioso, che ha da temere molto di più dagli uomini, di quanto questi non abbiano da temere da lui.
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Piccole lobbies crescono
Comincia a muovere i primi passi e a rafforzarsi in Parlamento una nuova ed agguerrita lobby : è quella dei Parlamentari-Sindaci, composta da circa 20 rappresentanti, che combatte "nel Palazzo" per garantire la regolare erogazione di fondi agli Enti Locali e che si affianca alle altre forti e titolate lobbies dei professionisti (avvocati, notai, commercialisti, medici...), molto influenti ed ascoltate.
giovedì 24 aprile 2008
Lobbisti con le stellette
Il New York Times, nei giorni scorsi, ha rivelato come circa 70 ex-ufficiali dell’esercito americano ingaggiati dai principali network americani come opinionisti, siano in realtà lobbisti manipolati dal Pentagono.
Da parte dell’amministrazione Bush sono state riservate loro informazioni e visite presso teatri di guerra così che potessero poi riferire notizie positive a vantaggio del governo americano. Secondo quanto riferisce il New York Times il piano sarebbe stato ideato da Donald Rumsfeld, ex segretario alla Difesa, per invertire il trend negativo mostrato dall’opinione pubblica nei confronti di guerra e amministrazione americana.
Da tutto questo gli ex-ufficiali avevano un lauto ritorno essendo agenti lobbisti di grandi aziende legate alla Difesa o addirittura dipendenti delle medesime alla ricerca di contratti ed ordini assai importanti.
Una doppia veste da parte degli ufficiali quindi: opinionisti e lobbisti; con uno scambio di ruoli a seconda dell’occasione o delle richieste. Parole di fiducia e rassicuranti in cambio di contratti? Sembra proprio di sì.
Non è questa l’America che ci piace: è troppo lontana dal nuovo che si sta prospettando e che sta lentamente ma prepotentemente avanzando nella corsa alla Casa Bianca. Una cosa comunque tranquillizza l’opinione pubblica americana così come tutti noi: il ruolo di watch-dog della stampa che permette la diffusione di notizie altrimenti filtrate e corrette e la cronaca di comportamenti ed avvenimenti sicuramente meritevoli di sdegno e condanna.
domenica 7 ottobre 2007
Stati Uniti. Lobbying.
Petrolio: breve racconto di inizio secolo (scorso)
1918: siamo in America. Il Senato degli Stati Uniti decide ostinatamente (per ben tre volte!) di non ratificare l’atto di adesione alla Società delle Nazioni. Il trattato costituiva il più qualificante fra i 14 punti elaborati dal Presidente di allora, Woodrow Wilson, allo scopo di salvaguardare la pace ed il rispetto del diritto da parte dei popoli dopo la rovinosa esperienza della Prima Guerra mondiale. Il Partito Repubblicano decide il candidato da contrapporre al democratico ed inviso Presidente Wilson:si tratta di Warren Gamaliel Harding, giornalista dell’Ohio già fiero oppositore, in Senato, di Wilson e di tutta la sua politica. Il criterio adottato per la scelta, risulta quanto mai singolare:il nome di Harding al Partito, viene suggerito (imposto!) da Harry Dougherthy, uomo d’affari dell’Ohio rappresentante la lobby dei petrolieri. Inutile parlare della forza di questa, all’interno della convenzione (come in tutto il paese, del resto!) e della sua capacità di far valere istanze e persone. Nel 1920 Harding viene eletto Presidente degli Stati Uniti con circa sette milioni di voti in più dell’avversario democratico. Dunque, sembrerebbe una scelta sensata e di spessore quella compiuta dal Partito con il concorso degli industriali del petrolio: ma in questo episodio l’abilità del rappresentante Dougherthy, ha contribuito più al realizzarsi di una evoluzione democratica (scopo precipuo di ogni attività di lobbying) o ad un suo rallentamento o travisamento? La segnalazione/imposizione di Harding è dunque opportunità od obbligo? Qualcuno potrebbe asserire che il passaggio elettorale successivo allontana speculazioni ed ombre! Giusto, ma basta osservare quanto compiuto dal Presidente, una volta eletto, per solleticare riflessioni e chiarire interrogativi:molti suoi grandi elettori sono cooptati al governo malgrado evidenti conflitti d’interessi (Mellon, ministro del tesoro, ad esempio, era banchiere e imprenditore siderurgico); tutti gli sforzi sono volti a ridurre la pressione fiscale nei confronti di ricchi ed imprenditori; la cessione di giacimenti petroliferi statali favorisce solo taluni privati;viene tracciata una decisa virata verso un liberismo sfrenato ed affaristico. E’ chiaro come il momento elettorale, qui, costituisca l’unica isola d’imprevedibilità e dubbio all’interno di un progetto, elaborato dal portatore d’interessi,altrimenti perfetto e sicuro. Non può meravigliare se l’attenzione del legislatore americano sia indirizzata, a seguito di questo come di molti altri episodi,a disciplinare minuziosamente ogni aspetto della vita democratica del paese, stabilendo regole e comminando sanzioni. Non deve meravigliare nemmeno l’autorità di cui gode una stampa incline all’inchiesta e capace di esercitare sempre più il ruolo di watch-dog proprio delle istituzioni.Di strada da percorrere ce n’ è ancora molta. Soprattutto se guardando aldilà dell’oceano, a distanza di quasi un secolo rispetto all’episodio esposto, ,noteremo incredibilmente l’interazione fra gli stessi attori (lobbies dei petrolieri, vice-presidenti affaristi,liberismo, stampa inquirente)con le medesime pratiche!